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Etimologia della katana

つまり日本刀の語源に就いて

Etimologia della parola “刀-Katana”

di

ERMANNO VISINTAINER

– katana è voce giapponese o perlomeno così dovrebbe essere, principalmente da un punto di vista etimologico, data la pregnanza che il termine viene ad assumere nella storia di questo paese nonché nella cosmologia shintōista per l’aver incarnato in maniera così rappresentativa lo spirito tradizionale della terra 大和-Yamato, detta anche 神の国- kami no kuni- Terra degli dei”, come è stato in passato definito il Giappone prima di essere designato con l’attuale denominazione di:日本 – Nihon “paese del Sol Levante”.

Anche per una realtà per noi così remota ed alloglotta come quella nipponica, tuttavia, checché ne dicano molti giapponesi, i quali da fieri assertori della loro esclusività culturale e linguistica, nell’udire di ciò storcono il naso, le cose stanno in un modo un po’diverso, ovverosia anche per quanto riguarda questo termine ci sono alcuni tasselli, che per dovere di obiettività storica, ci accingeremo ad integrare nel presente articolo.

In Giappone, del resto, un po’come da noi, esiste un certo imbarazzo, un qual certo atteggiamento di dissimulazione nel riferirsi ad un passato che non sia quello classico, standardizzato e redatto nei testi storico-letterari: il 古事記-Kojiki ed il 日本書紀-Nihon Shoki o日本紀Nihongiche sono i due monumenti epico-cosmogonici nazionali, oppure quello riferentesi alla produzione letteraria successiva, scaturita da quel seppur unico ed ineguagliabile incontro con la civiltà cinese, per giungere fino all’epoca 明治-Meiji o l’età moderna.

Tale reticenza cela, altresì in parte, quella politica di assimilazione coatta, che è stata perpetrata nel corso di tutti questi secoli, nei confronti dell’etnia autoctona degli Ainu, detti i Baschi dell’estremo oriente, una popolazione paleosiberiana dai tratti somatici caucasici, nota per la sua villosità e per le sue barbe irsute, diffusa anche più a nord da 北海道-Hokkaidō alle isole Sakhalin fino alla Kamčatka. Cela, nondimeno, timori che si annidano dietro i misteri di una protostoria giapponese appartenuta ad altre genti e ad altre culture, come ad esempio la cultura 縄文– Jōmon, più antica delle piramidi d’Egitto (circa dal 10.000 al 300 a.C.), anch’essa verosimilmente affine agli Ainu, come alcuni sostengono.

Di certo a qualcuno potrà sorgere il sospetto che questi nostri studi risentano di una certa tendenziosità, che si cerchi di “portare acqua al proprio mulino”, per usare una nota massima, o che si voglia gettare nello scompiglio delle certezze storiche con alcune imboccate estemporanee intessute di un certo relativismo di fondo.

A tale pur giustificata accusa replichiamo dicendo che noi, da ammiratori sinceramente appassionati, nonché di vecchia data, della cultura giapponese, partecipi ed emuli di quell’ineffabile sentimento nazionale, privo di corollari ontologici e restio ad ogni analisi di tipo positivista, chiamato: “ものの哀れ- mono no aware”, espresso dallo spirito 大和心-Yamatogokoro 大和魂-Yamatodamashii, che dir si voglia, nel riferire di ciò intendiamo semplicemente colmare una piccola carenza della cultura nipponica, nonché di dissipare i retaggi e i luoghi comuni di un neoclassicismo post-illuministico di casa nostra così come di casa altrui.

Venendo al termine “katana”, diremmo che esso non necessita di particolari presentazioni, è certamente noto sia al vasto pubblico delle sale cinematografiche, attraverso i film di registi quali Akira Kurosawa, con il suo capolavoro,七人の– shichinin no samurai – I sette samurai, che a quello dei telespettatori postprandiali, memori delle innumerevoli serie televisive di cappa e spada, di cui la più celebre è quella di Itto Ōgami, il 浪人– rōnin chiamato “lupo solitario”, per non parlare dei numerosi cultori e praticanti delle arti marziali orientali degli ultimi anni, epigoni di figure quali un Morihei Ueshiba, forse l’ultimo autentico detentore di questo summenzionato spirito.

Ricordiamo per inciso il recente ed ottimo film: “L’Ultimo Samurai”, interpretato dal – forse non troppo rappresentativo per il genere- attore hollywoodiano Tom Cruise.

La – katana è la spada per antonomasia, detta altresì 日本刀-Nippon-tō, la spada nipponica, l’aristocratica arma del samurai, l’anima stessa del nobile guerriero, simboleggiante lo stato di 無心の心– mushin no shin o mushin no kokoro, quella peculiare condizione noetica assimilabile al concetto buddista di šūnyata, ovvero la vacuità trascendente ogni realtà, inaccostabile a qualsivoglia arma da fuoco che, all’opposto, ne rappresenta la sua reificazione in feticcio, sussunta all’aspetto prometeico della tecnologia moderna, come redatto nel codice guerriero del 武士道-Bushidō, e come narrato dal noto scrittore giapponese Yukio Mishima nelle sue opere, nonché da maestri di spada delle epoche passate del rango di Miyamoto Musashi, di Yagyu Munenori, o del monaco Zen, Takuan.

Essa è ancora un simbolo del Giappone tradizionale e uno dei tre emblemi, accanto al -tamail gioiello ed al 鏡-kagami, lo specchio della religione nazionale, lo 神道- shintō o kami no michi, doni della dea 天照大神-Amaterasu-ō-mi-kami al primo sovrano 神武天皇-Jimmu Tennō.

Quanto detto fin qui non evidenzia nulla di nuovo, è quanto è accessibile ai più e ciò che si può evincere dalla ormai sterminata letteratura esistente sull’argomento.

Il tema in questione, tanto seducente, anche per quanti non siano yamatologi provetti, mostra, tuttavia, dei risvolti inattesi dal punto di vista linguistico-filologico, in quanto un approfondimento circa l’origine del termine ci proietta verso degli scenari, sicuramente altrettanto affascinanti per noi, che siamo degli altaisti, quanto, come accennato, inediti e sconcertanti per altri, inclusi gli stessi giapponesi. Tali elementi rappresentano un’ulteriore prova di quell’unità linguistica ancestrale eurasiatica, da noi sovente menzionata in altri articoli, ovvero un esempio di come anche una cultura unica ed esclusiva, qual’è quella giapponese, affondi le sue radici in quell’amalgama originario della storia universale avente motivi in comune con altri ambiti culturali.

La scoperta è relativamente recente, allorché i pionieri dell’altaistica (una branca della linguistica che, su emulazione dell’indoeuropeistica, si occupa dello studio delle lingue altaiche, ovvero turco-mongole-tunguse), il finlandese G.J. Ramstedt, l’americano R.A. Miller ed altri tentarono di includere il giapponese ed il coreano, lingue ritenute isolate, nell’alveo delle relativamente vicine lingue altaiche. Dopo alcune vicissitudini accademiche che tralasceremo, la ricerca approdò in Giappone, dove degli studiosi del calibro di Shirō Hattori e Shichirō Murayama riuscirono a ricostruire dal lessico arcaico essenziale del giapponese un numero considerevole di voci affini all’altaico, al punto di ipotizzare una koinè etnolinguistica protonipponico-altaica stanziata, in un’epoca remota, nei territori dell’attuale Manciuria. Per ragioni di spazio riepilogando il tutto si può dire che sebbene il giapponese appaia come una lingua composita, non priva di influenze anche pacifico-meridionali, tuttavia la struttura tipologico-sintattica e parte del lessico, soprattutto della fase più antica, testimoniano una preponderante influenza asiatico-altaica.

Murayama intravide in numerose voci giapponesi, ma, altresì in aspetti morfologico-sintattici della lingua, sorprendenti analogie con l’ambito altaico, al punto di ammetterne la parentela.

Nella fattispecie qui ci interessa la voce giapponese 固い- katai, ricoprente l’area semantica della durezza, della rigidità, e che da luogo alla parola katana, per via dell’assonanza che essa presenta con la radice uscente rispettivamente nelle voci: mancese hadan, mongola khatuu, khadan e turca katï (cfr. R.A. Miller, The Japanese Language, pg. 78) .

La parola, a parte una leggera aspirazione della consonante iniziale, non manifesta particolari variazioni fonetiche, e già di per sé, essa rappresenta una continuità che unisce linguisticamente l’Eurasia, dal Pacifico fino ai Balcani.

Partendo da ciò, tuttavia, si potrebbe allegare una riflessione anche più simbolica.

Parafrasando quanto afferma il prof. Ögel, eminente turcologo, questo fonema katï, in virtù di una legge fonetica diffusa in queste lingue, potrebbe dissimulare un’origine comune con il termine turco-mongolo kayï-kïyan-khitan, significante sia scivoloso che coraggioso, eroico, ma anche duro come la roccia, dalla voce turca kaya, roccia.  

Questo ultimo termine kayï-kayït è importante perché è il nome della tribù da cui discendono gli Ottomani da parte turca e da cui proviene Genghiz Khan, da parte mongola. Khitan è anche il nome di un impero mongolo pregenghiskhanide.

Potremmo asserire che questa parola, sia per quanto riguarda la sua connotazione fonetico-etimologica che per il suo valore “simbolico-tradizionale” abbia goduto nel continente asiatico di una fortuna indiscussa, un terreno di diffusione incredibilmente esteso, stabilendo, attraverso varie vicissitudini storico-linguistiche, una continuità ideale che spazia dal Giappone  antico e feudale, passando dall’Impero mongolo fino all’Impero ottomano, qui vicino a noi. A sostegno di questa comunanza etnolinguistica ve n’è un’altra, autoctona, che si riferisce all’eroe giapponese Minamoto no Yoshitsune. Una tradizione narra che egli, dopo varie imprese, si rifugiò al nord, dove venne onorato come un kami da parte degli Ainu, quindi passò in Mongolia e divenne il grande conquistatore dell’Asia: Genghiz Khan.

世の初め Yo no hajime All’inizio del mondo
降し給いし Kudashi tamaishi Specchio, gioiello e spada
璽鏡剣 Jikyōken Discendendo
国を建てます Kuni o tatemasu Fondarono la nazione
神の御心 Kami no mikokoro Qual’espressione della mente divina

Dott. Ermanno Visintainer – Pergine Valsugana, Trento – erenvis@yahoo.it
Asokananda’s Authorized Teacher senior

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