La Mongolia e il Buddhismo tibetano

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La Mongolia e il Buddhismo tibetano

La Mongolia e il Buddhismo tibetano

di
Ermanno Visintainer

Altan Khaan sovrano dei Tümed

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/7/76/Altan_Khan.jpg

La Mongolia ricevette il buddhismo in più occasioni. In un primo momento essa fu una meta dell’espansione di questo credo dalle sue sedi originarie: il nord dell’India e la valle dello Swat(nell’attuale Pakistan) attraverso le oasi e le città carovaniere della Serindia [1]. Nel 552, il sovrano turco della Mongolia, Bumin Qāghān, unitamente al figlio Mugan, devoti nonché mecenati di questa dottrina, permisero ai buddhisti, momentaneamente perseguitati dai cinesi [2], di rifugiarsi presso di loro. Un altro monarca, Bilgä Qāghān, nell’VIII secolo, espresse ancora una forte propensione per la religione indiana, sognando di far erigere un monastero nella propria città[3].

2006 GenghisKhan 150px.jpgVenendo ai mongoli, sebbene Genghis Khan si fosse dimostrato molto tollerante nei confronti di tutte le religioni, tanto da – fra le altre cose – invitare il monaco taoista, Chang Chun 長春, a Karakorum, affinché gli rivelasse l’essenza di questa religione [4]; dalle cronache non traspare alcuna professione di fede verso tradizione diversa dallo sciamanesimo. “Müngke Tängri’yin küčü-dür”, “Con la forza di Dio l’eterno” è scritto nel frontespizio della Storia Segreta dei Mongoli [5], quasi a voler suggellare il suo vero credo. In seguito, dietro l’auspicio dell’imperatore Qūbīlāy Qāghān, nel 1261, la buona legge venne annunciata in Mongolia dall’abate P’ags-pa (1235-1280)[6], nomoteta – sempre su invito del menzionato sovrano – dell’omonima scrittura [7], emula di quella tibetana [8]. Tibetana o lamaista fu, infatti, la forma di buddhismo che, adattandosi alla mentalità dei mongoli dediti a culti sciamanici, essi prescelsero. Conseguentemente, dopo una parentesi di ritorno allo sciamanesimo, i mongoli si riconvertirono alla forma tibetana del buddhismo, su esortazione di Altan Khaan, Алтан Xаaн (15071582), un discendente di Qūbīlāy, il quale nel 1577, invitò in Mongolia il terzo Dalai Lama, Sonam Gyatso (1543 – 1588[9].

Sonam Gyatso dette mostra abbondante dei suoi poteri magici facendo scaturire fonti nel deserto, facendo rifluire i fiumi controcorrente, eccetera [10]. L’episodio curiosamente riveste un’importanza speciale per la storia del Tibet stesso, in quanto spiega l’etimologia dell’epiteto di derivazione mongola con cui, ancor oggi, viene designato il leader spirituale del popolo tibetano, il “Dalai Lama”, il cui significato è quello di Lama, maestro oceanico o talassico [11]. Allorché Sonam Gyatso giunse in Mongolia, Altan Khaan, gli si rivolse glossando il termine tibetano, rgya mtsho – gyatso [12], oceano, con l’omologa voce mongola: dalay – далай, di derivazione turca da taluy – toluy [13].

Si potrebbe altresì ipotizzare che egli avesse utilizzato tale termine, memore dell’appellativo, genghis čingis, attribuito al suo avo mongolo, Genghis2006Mongolia eremo copia.jpgKhan,riguardo al cui significato già abbiamo riferito nel precedente numero [14]. È verosimile che nella misura in cui ad Altan Khaan tale epiteto, antonomasticamente evocava la grandezza del genio politico del suo illustre antenato, parimenti la locuzione “Dalai Lama” avrebbe potuto rappresentare l’equivalente vastità nell’accezione spirituale del termine. Da qui il fervore religioso crebbe estendendosi a tutte le popolazioni mongole disseminate in Asia Centrale fino alla steppa dei Nogai, a nord del Caucaso, presso i Calmucchi.

Un’altra figura di spicco del buddhismo mongolo fu Öndör Gegeen Zanabazar Өндөр гэгээн Занабазар, (1635-1723), fondatore del monastero di Erdene Zuu, nell’antica capitale, oggi meta turistica di questo paese. Fu altresì filosofo, uno dei più importanti scultori della storia buddhista, uomo politico, nonché discendente di Genghis Khan. Zanabazar fu il primo Bogd Khan, una figura equivalente al Dalai Lama, la cui autorità spirituale, alcuni secoli più tardi, venne difesa dal barone Roman Ungern von Sternberg [15]. Questi, durante la conferenza panmongola di Čita del 25 febbraio 1919, dichiarò la sua intenzione di ristabilire la teocrazia lamaista nel cuore dell’Asia, conducendo una strenua resistenza al dilagare dell’esercito bolscevico nell’Estremo Oriente siberiano[16].

2006.07 Mongolia Nuad 22 al-thai-logo.jpgL’autore: Dott. Ermanno Visintainer Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Turcologo, ha seguito corsi d’approfondimento in loco, di varie lingue, fra cui mongolo e cinese. Collaboratore scientifico di lingua e letteratura ciagataica per riviste specializzate nazionali. Ha avuto

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recensioni all’estero. È stato membro co-fondatore del Centro Studi Vox Populi VXP Ha collaborato alla rivista VoxPopuli www.vxp.it che gentilmente ha concesso la pubblicazione del presente articolo. (Pubblicato il: 29 Ago, 2008)

Dott. Ermanno Visintainer – Pergine Valsugana, Trento – erenvis@yahoo.it Asokananda’s Authorized Teacher senior

[1] Pio Filippani Ronconi, Il Buddhismo, Roma, 1994, pg. 61.

[2] Oscar Botto, Buddha e il Buddhismo, 1999, pg. 177.

[3] Roux J.P. , Storia dei Turchi, Milano, 1988 pg. 85.

[4] L. Ligeti, Bilinmeyen iç Asya, Ankara 1986, pp. 108-124.

[5] A. Temir, Moğolların gizli tarihi, Ankara 1995.

[6] B.N. Puri, Buddhism in Central Asia, Dehli, 2000, pg. 158.

[7] N. Poppe, Grammar of written Mongolian, Wiesbaden, 1974, pg. 4 -5.

[8] N. Poppe, op.cit. pg. 5 e Pio Filippani Ronconi, op.cit. pg. 90.

[9] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg 91.

[10] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg.91.

[11] L’impiego di questo sinonimo da parte nostra è dovuto al fatto che, stranamente, anche i greci utilizzano un termine alloctono per designare il mare: θάλασσα-thalassa, etimologicamente vicino alla radice altaica, taluy-toluy, che, come ricorda Senofonte nell’Anabasi,  mutuarono da popoli stanziati nella regione caucasica.

[12] http://eng-tib.zanwat.org/cgi-bin/csvsearch.pl?search=ocean&header=english

[13] D.Tömörtogoo, A Modern Mongolian-English-Japanese Dictionary 现在蒙英日辞典, Tokyo 1977. E A.Von Gabain, Alttürkische Grammatik, Wiesbaden, 1974, pg. 366.

[14] Visintainer Ermanno, Vox Populi, Le Epigrafi dell’Orkhon, febbraio 2008.

[15] Pio Filippani Ronconi, op.cit., pg.91.

[16] P. Filippani Ronconi, Un tempo, un destino, “Vie della Tradizione”, n. 82, aprile-giugno 1991, p. 59.

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