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Le epigrafi dell’Orkhon

Le epigrafi dell’Orkhon

Orhun Abideleri – Орхон жазуы

di
Ermanno Visintainer

Un’iscrizione a Kyzyl nell’alfabeto dell’Orhon
http://de.wikipedia.org/wiki/Orchon-Runen

Sebbene, per ordine d’importanza, queste epigrafi vantino una posizione privilegiata rispetto a quanto da noi scritto in precedenza, non volendoUn'iscrizione a Kyzyl nell'alfabeto dell'Orhonnecessariamente situare tali eventi in un ordine storiografico procedente lungo una linea ascendente, bensì secondo un ordine assoluto, affronteremo in questa sede il capitolo in questione.

Le epigrafi designate anche come “scrittura orkhonide”, dal nome del fiume, l’Orkhon, che scorre a nord della Mongolia, presso le cui rive fu rinvenuta una prima iscrizione, redatta in questi caratteri.

Questa regione dell’Alta Mongolia, conosciuta anche con il nome turco di “paese sacro di Ötükän”, più tardi mongolizzato in Edügen, comprende una vasta area che include il corso dei fiumi Selenga e Onon, fino a lambire le zone situate più a settentrione, del Bajkal e, a nord-ovest, del corso dello Yenisey ed i monti Altai.

Già Alessio Bombaci, a suo tempo, in “La Letteratura Turca”[1], ci ha dato modo di disporre della pregevole presentazione di alcuni passi in traduzione italiana.

Vilhelm Thomsen[2], l’altro turcologo danese, da parte sua, integrando lo sfondo storico sul quale si stagliano le iscrizioni in questione, ci riferisce che l’etnonimo designante i turchi, türk o türük originariamente possedeva il significato di “forza, vigore”[3], quantunque il poeta-filosofo Ziya Gökalp [4] lo glossi con la voce, töre < törü < törüg, mongolo төр – tör[5], ovvero tradizione, legge, quindi un po’ come a dire: “Popolo della tradizione o della legge”[6].

Sta di fatto che le epigrafi appaiono sulla scena della storia della Mongolia verso la metà del VI secolo, allorquando i turchi fondarono nel 552 l’impero dei “Turchi Celesti” o Kök Türk, dopo aver annichilito la supremazia àvara, o degli: 蠕蠕 Ruǎnruǎn o茹茹 Rúrú ed anche Róurán 柔然, traslitterati anche come juan juan, come li denominavano i cinesi e verosimilmente gli stessi – continua Thomsen – che lo scrittore bizantino Theofilatto Simokatta, indica come ’̍Αβαροι [7].

Tale impero fu, pertanto, ai suoi tempi uno dei protagonisti della storia del continente asiatico[8].

L’Asia nel 500 d.C., l’impero Juan-Juan ed i suoi vicini.

Jujans 500 AD

L’Impero Köktürk, occidentale e orientale, nel 600 A.D.

(Kök Türks AD 552 with ethnical boundaries per Gumilev)

Giunti a questo punto, discostandoci da una narrazione esaustiva degli eventi storici, che esula dalle finalità dell’articolo, per la cui consultazione lasciamo a disposizione la bibliografia [9], offriamo qualche saggio di queste iscrizioni antico-turche.

Pur esistendo, come accennato in precedenza, una traduzione dello stesso Bombaci di questi brani [10] , lungi dal voler bypassare il grande orientalista, motivati dall’esclusiva ragione di essere maggiormente fedeli al testo, ne proporremmo una nostra versione.

La prima stele è dedicata a Kül Tegin.

Ermannop Visintainer 2006 MongoliaVerosimilmente si tratta di un epiteto di matrice antico-turca, da köl, lago, peraltro presente in mongolo con la voce: гол- gol[11], fiume; utilizzato in un’accezione simile a quella del titolo del gran condottiero, Genghis Khan, dominatore, qualche secolo più tardi, degli orizzonti di queste steppe.

A tale proposito, ricordiamo che l’appellativo genghis čingis, forma palatalizzata dal mongolo standard, тэнгис-tengis, antico turco tengiz, è voce presente anche in kabardino, abkhazo e adigebze, presumibilmente un loanword turco, tengiz,-tenžiz, mare [12].

 

È evidente qui la provenienza del termine in questione dall’omologa forma rotacizzata: тэнгэр-tenger[13], il cielo. Il fatto richiama alla mente un poco il motivo per cui gli ungheresi, popolo continentale per eccellenza, quando videro per la prima volta il mare lo chiamarono istintivamente: tenger [14]in origine “cielo”, anch’esso un termine antico turco atto a designare l’immensità dell’elemento in questione. Mentre per quanto riguarda la forma tegin, principe, lo studioso Pelliot la intravede nel nome stesso della stirpe di GenghisБоржигин-Borjigin, un’assimilazione tra l’antico turco börü <lupo e tigin < principe[15].

Täŋgri täg täŋgride bolmïš Türk Bilgä Qagan
bu ödkä olurtum. Sabïmïn tükäti äšidgil…Qurïgaru Yinčü
ögüz
kečä Tämir Qapïgqa tägi sülädim. Yïrïgaru
Yir Bayïrqu yiriŋä tägi sülädim. Bunča yirkä tägi
yorïtdïm. Ötükän yïšda yig idi yoq ärmiš. İl
tutsïq yir Ötükän yïš ärmiš.

 Bu yirdä olurup Tabgač budun birlä  tüzültüm.
Altun kümüš išgiti qutay buŋsuz anča birür.
Tabgač budun sabï süčig agïsï yïmšaq ärmiš.
Süčig sabïn yïmšaq agïn arïp ïraq budunug anča yagutïr ärmiš…
6… süčig sabïŋa yïmšaq agïsïŋa arturup öküš
Türk budun öltüg. Türk budun ölsikiŋ. Biriyä Čogay yïš
Tögültün 
yazï qonayïn tisär Türk budun ölsikig.

 Io, il turco Bilgä Qāghān, simile al Dio-cielo [16], d’origine celeste,
sono assiso [17] (sul mio trono) in questo tempo. Udite per intero le mie parole…
Ad ovest ho guidato gli eserciti [18] dalle parti del fiume Yinčü [19]
fino alle Porte di Ferro [20] 4. A nord fino alla terra di Bayïrqu [21].
Fino a queste terre sono avanzato. La montagna Ötükän [22] non
ha padrone [23] diverso. La montagna Ötükän è il luogo dove si resse la nazione [24].

Sovrano di questa terra m’accordai con il popolo cinese [25].
Esso distribuisce oro, argento, broccati[26] e sete in abbondanza.
Le sue parole furono melliflue come morbidi [27] tessuti pregiati.
Con parole allettanti, con broccati e velluti attrae i popoli lontani…
6… Ingannati dalle dolci parole e da molli seriche stoffe molti popoli turchi sono periti,
Popolo Turco morirai. Se t’insedierai a sud, verso la regione del Čogay [28] e
la piana del Tögültün [29]Popolo Turco morirai!

Queste parole, intrise di una forma di nazionalismo ante litteram, da cui traspare un sentimento ancor oggi presente in queste terre, sono ulteriormente rimarcate, nelle epigrafi, dal dignitario turco sinizzato, Tonyukuk, definito il “Bismarck dell’Impero dei Turchi Celesti [30]. Di vedute profondamente anticinesi.

Assumono poi, in epoca islamica, sfumature antiarabe, come in Mahmud Kašghari (XI sec.), un letterato il quale, attraverso la propria opera, il Divānü Lugāti’t-Türk, dimostrando un’insorgente coscienza nazionale turca, si prefissò lo scopo di insegnare il turco agli arabi in un momento in cui l’ascesa dei turchi nel mondo musulmano era giunta al suo vertice[31].

Indi, in epoca moderna, per mezzo del summenzionato poeta ed ideologo della Turchia kemalista, Ziya Gökalp, approdano al laicismo tout court. L’impeto e la meditata consapevolezza di Gökalp nella rottura con la tradizione islamica, nonché la fierezza delle proprie radici altaico-turaniche lo portarono a conclusioni radicali, fino a profetizzare una religione nazionale, in cui il Corano si sarebbe dovuto recitare in turco [32].

Ermanno VisintainerUn aspetto questo, che parallelamente all’altra prospettiva del tutto opposta, costituita dalla propensione che il citato sovrano, Bilgä Qāghān, manifestò per il buddhismo, si pone come trasversale alla storia di questo popolo.

Coerentemente con questa tendenza alla tolleranza, un’antica tradizione delle steppe, che nel corso dei secoli diede luogo alla creazione di stati ed imperi multinazionali e plurireligiosi, egli sognò di far erigere un monastero nella sua città.

Ma ovviamente tutti questi sono degli aspetti che dovremmo approfondire in altra sede.

 

Dott. Ermanno Visintainer Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Turcologo, ha seguito corsi d’approfondimento in loco, di varie lingue, fra cui mongolo e cinese.

Collaboratore scientifico di lingua e letteratura ciagataica per riviste specializzate nazionali. Ha avuto recensioni all’estero. È membro co-fondatore del Centro Studi Vox Populi.

 [1] Bombaci A., La Letteratura Turca, Milano, 1969.

[2] Thomsen Vilhelm, Alttürkische Inschriften aus der Mongolei. In: Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, 78, 1924/1925, pp. 121-175

[3] Thomsen, op.cit. pg.123.

[4] Ziya Gökalp, Türk Töresi, Istanbul, 1990, pg. 10-11.

[5] D.Tömörtogoo,  A Modern Mongolian-English-Japanese Dictionary 现在蒙英日辞典 , Tokyo 1977.

[6] Peraltro un’eco di tale denominazione si riflette, seppur sotto un aspetto del tutto diverso, nei Khàzari, popolazione turca  che – come è noto – abbracciò l’ebraismo.

[7] Thomsen, op.cit. pg.122.

[8] Bombaci A., op.cit. pg. 21.

[9] Un testo essenziale in italiano è: Andrea Csillaghy, Elementi di Filologia Uralica e Altaica, Ed. Cafoscarina. Inoltre D. Sinor, Inner Asia, History, Civilization, Languages , 1971.

[10] Bombaci A., op.cit. pg.25-29.

[11] Peraltro, oltre al mongolo, in ambito altaico la forma è presente anche in giapponese con la voce  – gawa, cfr. D.Tömörtogoo,op.cit, ma questa è una mera considerazione filologica.

[12]İsmet Zeki Eyuboğlu, Türk dilinin etimoloji sozlüğü, İstanbul, 1995. Sevortian E.V., Etimologičeskji Slovar’ Tjurskikh Jasykov,  Moskva, 1974. pg. 194 e G.A. Klimov, M.Š Khalilov, Slovar’Kavkazskikh Jazykov, Moskva, 2003.

[13] D.Tömörtogoo,op.cit.

[14] Peter D. Chong, Magyar-török etimológiai szótar, 2003.

[15] B.Ögel, Türk Mitolojisi, Ankara 1993, pg.63, not. 15.

[16] Täŋgri è considerata la più antica parola altaica di cui, nelle varie forme allotrope, esiste un’attestazione, ubiquitaria su tutto il continente eurasiatico.

[17] Olur- sedere e vivere, in questo contesto assume un’accezione regale, A.von Gabain, op.cit. pg.349.

[18] Dall’ antico turco sü < esercito, pg.364.

[19] Letteralmente “Perla“, lo Jaxarte o il Syr-darja, A.von Gabain, Alttürkische Grammatik, Wiesbaden, 1974, pg. 387.

[20] Passo ubicato tra la Sogdiana e la regione di Fergana, A.von Gabain, op.cit. pg. 369.

[21] Etnonimo verosimilmente oghuz , A.von Gabain, op.cit. pg. 328.

[22] J.P.Roux glossa il nome della montagna Ötükän, attraverso la radice antico-turca öt-, in una  forma verbale di participio con il significato di: “che prega, orante”, ribadendo l’accostamento fatto con la voce udagan, ovvero donna che prega, che assolve l’ufficio delle cose sacre nell’accezione di donna-sciamano, peraltro utilizzato anche in yakuto: udagan, in seguito diviene il monte Edügen dell’epoca gengiskhanide. In Roux J.P. , La Religione dei Turchi e dei Mongoli, Genova, 1990. La voce antico turca  yïš significa anche foresta.

[23] È interessante questo termine antico-turco, idi, presente anche in ciagataico, vd. Kúnos Ignaz, Šejχ Sulejman Efendi’s Čagataj-Osmanisches Wörterbuch, Budapest 1902 . etimologicamente affine alla voce ezen, che in mongolo significa padrone, signore, maestro, turco moderno iye-ige, tuvino ee. Nelle concezioni sciamaniche idi o ezen è anche il nume tutelare, lo spirito-padrone del luogo, un’accezione non del tutto fuori luogo onde interpretare la presenza di questo termine nelle steli.

[24] Anche qui, di là dalla traduzione tout court, non possiamo ignorare le implicazioni che questo termine possiede. İl può essere tradotto come nazione ma va tenuto in considerazione quanto ci riferisce Ziya Gökalp in: Hars ve Medeniyet, İstanbul 1995, pg. 27. “Nell’antica religione turca, il Dio turco è una divinità di pace e di riconciliazione. Il termine – il- che mostra l’essenza della religione turca, significò “pace”. Così come significò “pacificatore” la voce – ilği -, mentre – il khan-  venne a significare “sovrano di pace”. Gli Ilkhanidi turchi (mongoli), che realizzarono una pax aeterna dalla Manciuria fino all’Ungheria, furono delle avanguardie di  pacificazione”

[25] Letteralmente Tabgač, cinese  T’o po  拓跋, una dinastia sino-turca detta anche Wei A.von Gabain, op.cit. pg. 368, anche se in questo contesto, verosimilmente, viene ad assumere un significato generico.

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