Khao San road
25 Dicembre 2006
Saneh Sangsuk
28 Gennaio 2007

Mongolia: la Montagna Sacra

L’ascensione della Montagna Sacra

Corso estivo di thai-massage in Mongolia

 

 Mongolia, luglio 2006.

Primo corso di massaggio thailandese organizzato in questo paese dagli orizzonti infiniti.

Una breve premessa, onde spiegare al lettore le motivazioni che ci hanno indotto ad affrontare un’esperienza apparentemente così originale. Innanzitutto questoprogetto scaturisce dall’idea stessa che presiede alla creazione del nostro sito: www.al-thai.com, evocataci in primo luogo dalla fortuita assonanza tra l’etnonimo thai, e l’oronimo altai, questo imponente sistema montuoso, che si sviluppa proprio nel centro geografico dell’Asia, costituendo il confine naturale tra  Khazakhstan, Mongolia e Cina. Quindi dal tentativo, esposto in altri scritti, di coniugare in un accostamento ideale le due prospettive morfologico-geografiche: quella mongola, prettamente continentale, algida, simbolicamente legata all’inviolabilità edMongolia thaimassagealla ieraticità delle vette e agli strati superiori dell’atmosfera su cui risiedono divinità uraniche come Tängri, Kara Khan (Khairakhan) e Bay Ülgen, e l’altra, quella thailandese, legata in antitesi alla qualità cosmica dell’acqua, alla mutevolezza dell’elemento liquido, alla sacralità delle acque e alle civiltà del Sud-Est, all’area del Pacifico ed agli spiriti Nāgas.

Riguardo al massaggio, non che esso in Mongolia rappresenti un’anteprima assoluta, esistono beninteso, ad Ulaan Bataar, centri, saune, ambienti in cui lo si pratica da tempo. A dire il vero, però, in maniera alquanto spuria. Le massaggiatrici che praticano il massaggio thailandese affermano di averlo appreso in Cina, paese del resto dove, a dispetto di una forte tradizione autoctona di Anmo Tuina, esso sta ridestando una notevole risonanza[1]. Di certo non vi si può trovare nulla di simile e di completo come la sequenza proposta all’interno del programma formativo della Sunshine Network, la scuola dello scomparso maestro di fama internazionale, Asokananda, ai cui principi, essendone i rappresentanti, ci ispiriamo anche noi.

Atterrati in Mongolia all’aeroporto Chinggis Khan, dopo aver attraversato la capitale di questo affascinante paese, immersa nella frenesia dei preparativi per l’allestimento dell’ottocentesimo anniversario della fondazione dell’Impero Mongolo, ci dirigiamo verso una valle situata nelle vicinanze di Ulaan Baatar e ci insediamo presso l’abitato di Gachuurt, nel campeggio attrezzato con le ger o yurte tradizionali di Shin Mongol-Nuova Mongolia, dove siamo accolti dalla proprietaria Chodmaa.

Il paesaggio è incantevole, incastonato in una cornice di rilievi montuosi, ammantati di un’erba verdissima che sembra quasi muschio da presepe. Ilgiorno stesso iniziamo quindi il corso di Thai massage, lambiti da un’amabile brezza che pare quasi darci il benvenuto. Le lezioni poi proseguono nelle lunghe giornate dell’estate mongola, abbacinate da una luce boreale, che si protrae fino quasi alle undici della sera, con una condizione termica che ti impone di indossare il maglione durante la mattina, salvo poi risalire con impennate che raggiungono i trenta gradi nel pomeriggio, interrotte da improvvisi acquazzoni che non bagnano la terra più di tanto.

Un monte si staglia maestoso, imponente davanti al nostro campo.

Essendo così costantemente avviluppati da quella magica atmosfera, accresce in me e nel resto del gruppo un’irrefrenabile attrazione verso quel rilievo montuoso. Rimaniamo come ammaliati da una sorta di fascino che quella montagna emana, sembra quasi che ci chiami, c’inviti a relazionarci con essa. Elaboriamo così a poco a poco la decisione di fare un’escursione fino alla sua sommità, scevra ovviamente da velleità alpinistiche, con l’intento piuttosto di onorare l’-Ezen-[2], ovvero il Nume tutelare, il potente Spirito padrone di quel magico luogo.

 

Un giorno chiedendo a Chodmaa informazioni sul rilievo scopro che il suo nome è Bogd Uul-Bgda AAgola[3], ovvero in mongolo: Montagna Sacra. Lì per lì in conformità a quella sorta di accostamenti che nella nostra mente scaturiscono sulla scia dei pensieri associativi, tale nome evoca automaticamente in me immagini tratte dal vecchio, omonimo film di Alejandro Jodorowski: “La Montagna Sacra”. Un film veramente suggestivo in cui, attraverso i simbolismi più disparati, con il suo inconfondibile stile onirico, Jodorowsky conduce lo spettatore verso un percorso iniziatico sui generis.

Subito dopo però facendo mente locale rinvengo nella mia memoria un riferimento a quel nome, e non mi pare vero di trovarmi proprio lì di persona, in quello stesso luogo. In conformità a letture fatte, la capitale della Mongolia, Ulaan Baatar, fondata quasi quattrocento anni fa nella posizione attuale; già prima di allora era considerata un luogo spiritualmente potente. La città è ubicata in una vallata circolare, cinta da quattro montagne sacre che sono onorate in tutta la Mongolia: il Bogd Uul, la Montagna Sacra a sud, il Songino Khairakhan, ad ovest, il Chinggeltei a nord e il Bayanzurkh[4] ad est. Bogd Uul è la dimora dell’uccello del tuono, il Khan Garid, l’uccello Garuda[5] di altre tradizioni, l’ongon[6] ornitomorfo che può coprire con le ali la distanza fra il sole la luna e volare nello spazio.

Il luogo, inoltre, è già stato in passato, mèta di raduni sciamanici, come anche specificato nella nota 3. La posizione della città, situata in questo cerchio fra quattromontagne sacre, una per ciascuna delle quattro direzioni, assicura la protezione e le benedizioni di tutti gli spiriti che risiedono in questo luogo spiritualmente molto forte. Così quella sera, all’imbrunire, con il cielo un po’coperto, memore delle mie precedenti esperienze sciamaniche, invito i miei compagni di viaggio nell’unirsi a me per compiere alcune offerte rituali nella cavità di un albero abbattuto da un fulmine, che si trova proprio nelle vicinanze del campo, chiamato in mongolo ongon mod. Un luogo questo particolarmente propizio, in quanto ancora pregno della ierofania di Tenger, la massima divinità uranica del pantheon sciamanico.

Così dopo aver eseguito alcune aspersioni di latte e vodka[7], notiamo sopra di noi il cielo aprirsi, le nubi diradarsi e disporsi in una forma circolare quasi fosse unaMongolia Tuulsorta di anfiteatro celeste, quindi allargarsi sempre di più, fino a comprendere tutta la sezione di cielo a noi visibile. Bene -allora dico io- ciò significa che abbiamo stabilito il nostro primo contatto con il mondo degli spiriti mongoli. Tenger ha accolto le nostre preghiere e ci invita ad ascendere il sacro monte.

L’indomani c’incamminiamo, ma la nostra piccola spedizione non è del tutto scontata, sebbene il monte non presenti alcuna difficoltà alpinistica e si trovi ad un distanza che noi approssimativamente valutiamo in un’oretta di marcia. Il primo scoglio che ci si presenta è costituito da un particolare che in Europa sarebbe fra le ultime cose da prendere in considerazione: tra noi e la montagna ci separa il corso del fiume Tuul che scorre verso Ulaan Baatar; tuttavia pur chiedendo alla gente informazioni non risulta esistere nella zona alcun ponte che lo attraversi. Così l’unica cosa che ci resta da fare è quella di guadarlo, come del resto là fanno molti, ma, considerando la nostra totale inesperienza di fronte ad un tale imprevistoMONGOLIA Tuul accidente, nonché il timore di far cadere i nostri zaini tra i flutti della corrente, siamo piuttosto disorientati e così ci mettiamo alla ricerca di un guado senza grosse difficoltà.

Scegliamo di attraversare il fiume in un punto in cui, qualche giorno prima, abbiamo scorto alcuni bagnanti che lo facevano. Ci mettiamo in costume da bagno, solleviamo in alto gli zaini contenenti macchine fotografiche e documenti, quindi poniamo il primo passo nelle gelide acque del fiume e procedendo con il piede più aderente possibile al fondo sassoso e sdrucciolevole, onde non essere travolti dalla corrente. Ad un certo punto sento mancare il terreno sotto i piedi e per un istante ho un timore di cadere ed essere travolto dai flutti, ma poi mi riprendo riuscendo a guadagnare la sponda opposta. Lo attraversiamo tutti però, una volta giunti di là del fiume, ci accorgiamo di trovarci su di un’isoletta spartiacque; perciò rimane un altro tratto di fiume da guadare, cerchiamo quindi un altro passaggio che però non riusciamo a trovare, e pertanto nasce nel gruppo una tacita intenzione diMongolia alpeggioabbandonare l’impresa.

Camminando fra la vegetazione si trova un po’di tutto, soprattutto ossa, resti di animali, fra cui un cranio diMongolia fonte sacrabue. All’improvviso sull’altra sponda del fiume notiamo alcuni nomadi con i loro armenti ai quali chiediamo dove si trovi un altro guado. Ci fanno cenno di proseguire e così andiamo avanti finché notiamo due persone che attraversano il fiume in groppa al loro cavallo in un punto preciso e così anche noi entriamo in acqua seguendo quel passaggio. Colmi di soddisfazione raggiungiamo l’altra sponda, il nostro entusiasmo aumenta: è già stata una grande esperienza, un modo per metterci alla prova con le forze della natura, impresa che in Europa non sarebbe stata usuale. Proseguiamo la nostra marcia, tra noi e la montagna ora si estende un pascolo che poi diviene alpeggio.

L’erba ci appare familiare: emana un forte profumo di artemisia, quindi scorgiamo del tarassaco, bardana ed equiseto e poi altre varietà a noi sconosciute; attraversiamo frequenti chiazze di sabbia che evidenziano la prossimità dei grandi deserti. Oltrepassiamo un ruscello, intravedo la presenza di un khadag[8], una sciarpa cerimoniale blu, che ci indica che il ruscello è una fonte sacra. Allora m’inchino ed eseguo alcune abluzioni rituali sciamaniche, di dovere, prima di porre il piede sul suolo della Montagna Sacra. Sul nostro tragitto c’è ancora una mandria di yak e cavalli che pascolano e di nuovo un piccolo guado che ci separa dai pendii sacri del Bogd Uul.

Finalmente giungiamo alle pendici, ed a questo punto informo i miei compagni di viaggio che dovremmo scegliere una pietra da portare in omaggio sull’Ovoo[9] situato sulla vetta del monte, dove dimorano i potenti spiriti della montagna e l’Ezen il padrone del luogo. Individuiamo un sentiero che s’inerpica lungo una valle che conduce verso la vetta.

Fa molto caldo il che ci induce a fare una prima sosta. Più avanti, sul fianco delle pendici notiamo che gli alberi sono tagliati in un modo che lascia parte del tronco infisso al terreno, creano uno strano effetto, quasi  fossero una moltitudine di paracarri neri. Al contrario di quanto potessi immaginare, vista la scarsità di vegetazione, lungo il percorso troviamo della legna secca che raccogliamo allo scopo di accendere un fuoco sacro sulla vetta, vicino all’Ovoo, per omaggiare gli spiriti.

Di tanto in tanto, soprattutto in prossimità di biforcazioni del sentiero, scorgiamo dei Khadag cinti attorno agli alberi, quasi a voler ulteriormente ribadire la sacralità del luogo. Giunti su uno dei colli prossimi alla cima, dobbiamo uscire dal sentiero per guadagnarci la vetta, quindi ci inerpichiamosul fianco della montagna fino a giungere ad un crinale da cui si può ammirare l’intera vallata, la vista spazia svelandoci un panorama mozzafiato che si estende fino alla città di Ulaan Baatar.

Ci arrampichiamo ancora lungo la ripida salita, allorché staccatomi dal gruppo, avanzando più spedito riesco a scorgere l’Ovoosituato sulla cima del Sacro Monte, attorno alla quale volano in circolo alcune aquile che sembrano delle sentinelle, dei custodi dell’ongon ornitomorfo, il nume tutelare della montagna stessa, il Khan Garid. La scena mi pare in senso letteralmente etimologico di buon auspicio (dal latino avis specio, ovvero guardare gli uccelli, pratica di derivazione etrusca).

Raggiungo per primo la vetta, trafelato e alquanto disidratato ma l’emozione è grande. L’Ovoo mi si concede in tutta la sua maestosità e sacralità, avvolto dai khadag azzurri si staglia imponente verso il cielo blu, mentre un blocco granitico, raffigurante la testa di un leone, mi fissa imperterrito e minaccioso. Subito m’inchino verso l’Ovoo in segno di rispetto e comincio ad aspergere vodka e latte sulle sue antiche e ruvide pietre. Poi mi siedo un attimo per aspettare gli altri, li vedo arrivare anch’essi esausti, dopodiché cominciamo insieme ad officiare i tre giri rituali, aspergendo vodka verso l’Ovoo. Quindi offriamo il latte, riso, tabacco, ed altro, quindi vi poniamo la pietra raccolta alla base della montagna.

Dentro di me provo un turbinio di emozioni così intense, dopo essere già stato in Mongolia un paio di volte e dopo lunghi anni di frementi quanto intense aspettative, posso finalmente realizzare il mio sogno: officiare un rito su una vetta sacra di questo mitico paese. L’unica cosa di cui sono dispiaciuto è di non avere presso di me tutti gli attributi necessari all’uopo, la sola cosa che indosso è la khamgalal, la maschera sciamanica che copre il volto.

Dopo le offerte rivolte all’Ovoo, là vicino, sui resti di un precedente fuoco sacro, con la legna che abbiamo portato a mano fin su la cima, accendiamo il nostro. È il mio primo fuoco sacro in Mongolia. Quindi ripetiamo il rituale delle offerte di tabacco, vodka ecc., per il potente e primigenio Ezen, il padrone di questo luogo sacro. Anche qui provo un leggero senso di vertigine, di ebbrezza sacra ed estatica che s’impadronisce della mia menteMongolia Ermannoraziocinante. Mi distacco da tutto quanto mi circonda, avverto un forte calore che mi pervade e mi sento proiettato al centro dell’universo. Dal cuore della sua dimora intuisco la presenza del potente Ezen, verso cui, formulandolo mentalmente, invio il mio più sincero ed intimo atto d’ossequio. Mi rammarico che il buio della notte, o quantomeno l’imbrunire, non mi avvolgano nel loro manto d’oscurità, facendo risaltare meglio i bagliori ed i colori delle fiamme, perché questi sono i momenti in cui riesco a percepire, in maniera più distinta certe presenze numinose. L’esperienza è breve ma intensa.

Alla fine ci sediamo in un punto da cui si può ammirare la vallata, mangiamo qualcosa prima di iniziare la discesa che si prospetta molto ripida. Infatti mette a dura prova le nostre gambe indolenzite, tuttavia raggiungiamo abbastanza rapidamente la base del monte. Una volta raggiunta la zona pianeggiante però ci troviamo di fronte al solito problema del guado. Purtroppo, essendo venuti giù qualche chilometro più in là ristretto al punto da cui siamo saliti, dobbiamo trovare un altro passaggio attraverso cui l’acqua del fiume ci permetta di superarlo senza far cadere le nostre cose della corrente.

Cerchiamo ma invano, così dopo un po’, esausti e disidratati a malincuore chiediamo ad un gruppo di giovani che stanno facendo un picnic nei dintorni, se con un appropriato compenso, ci accompagnano fino al campeggio, con la loro macchina. Dopo una breve trattativa, i ragazzi accettano di accompagnarci e così quello che sembra essere un modo un po’compromettente di concludere una giornata tanto fantastica, alla fine si rivela essere un’altra avventura dentro l’avventura.

All’improvviso la strada si trasforma in un’qualche cosa che cozza contro le nostre coordinate di ciò che noi concepiamo che essa sia. C’è di tutto: sassi, buche, curve improvvise, fossati e soprattutto molti guadi nel fiume, che affrontiamo con il fiato in gola, nel timore di rimanere bloccati dentro il flusso della corrente. Dopo alcuni chilometri arriviamo finalmente alla strada asfaltata, quindi all’unico ponte esistente ed in un baleno, tramite quest’ausilio tecnologico che è l’automobile veniamo nuovamente proiettati nella modernità, ci risvegliamo da quel percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, che abbiamo fatto sulla vetta sacra, e velocemente raggiungiamo il nostro campeggio. Una volta arrivati però, consapevoli di aver vissuto un’esperienza molto particolare e coinvolgente, rivolgiamo ancora una volta il nostro sguardo verso il monte, stanchi ma soddisfatti e colmi d’entusiasmo, ci rallegriamo di aver trascorso una giornata così straordinaria.

-A distanza di qualche mese, sia a me che agli altri, il ricordo di quest’emozionante giornata non appare affatto sbiadito bensì si ripresenta fulgido nella mente, quasi a volerci rammentare la sua eccezionalità e sacralità.

 

Contatti e Informazioni

Dott. Ermanno Visintainer – Pergine Valsugana, Trento

Asokananda’s Authorized Teacher senior

email: erenvis@yahoo.it – tel: +39 3407667936

[1] In effetti, passeggiando (si fa per dire) per il centro di Pechino, all’occhio avvezzo i luoghi in cui si può intravedere l’offerta di massaggi thailandesi risaltano in misura maggiore rispetto all’offerta dei menzionati massaggi autoctoni. Inoltre molto diffusi ed apprezzati sono anche i corsi ed i video inerenti al Thai-massage.

[2] Ezen in mongolo significa padrone, signore, maestro, cfr. antico turco idi, turco iye-ige, tuvino ee.

[3] J.P.Roux, nella sua opera, La Religione dei Turchi e dei Mongoli, pg. 159, riferendosi alla sacralità dei luoghi consacrati agli Ezen menzionando questo monte scrive: “il monte Bogdo Ula, che domina Ulaan Baatar, “è una Montagna Santa dove gli indigeni proibiscono di strappare un filo d’erba o di far morire la più piccola bestiolina”. Mentre nel libro più recente e più divulgativo sullo sciamanesimo di Sarangerel , I Cavalli del Vento, Vicenza 2002, a pg. 13 è raffigurato uno sciamano che suona il tamburo al raduno di Bogd Uul.

[4] I nomi delle rimanenti montagne generalmente non si traducono, tuttavia  Songino Khairakhan il primo termine potrebbe essere connesso alla radice songo- significante: eletto, mentre il secondo epiteto significa: misericordioso. Bayanzurkh letteralmente significa: ricco cuore. Sono tutti termini che si riferiscono a qualità divine elargitive legate all’abbondanza.

[5] Dal sanscrito: गरुड Garua, l’aquila. È una divinità hindu minore; è rappresentata con piume d’oro, faccia bianca, ali rosse, becco e ali d’aquila, ma un corpo spesso umano. Indossa una corona sulla testa come il suo padrone, Viṣṇu; è antica ed enorme, al punto da oscurare il sole.

[6] Ongon in mongolo detto eren in tuvino e tös in khakasso. Nelle prime due lingue possiede il significato di qualcosa di santo, di sacro, mentre l’ultimo termine assume un significato di “identità”. Esso è la protezione dello sciamano, il suo alter-ego, una sorta di yidam come lo definiscono i Tibetani, insomma uno spirito protettore, un nume tutelare

[7] Latte e vodka sono fra le cose, ritenute maggiormente pure,  che vengono offerte agli spiriti della natura.

[8] Il khadag è una sciarpa cerimoniale di seta, generalmente di colore blù, che in Mongolia viene affisso a tutto ciò che viene tenuto essere sacro o dimora di ierofanie.

[9] L’ovoo è una sorta di santuario costituito da cumuli di pietre, rocce, rami di alberi dalla forma conica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *