RELAZIONI ITALO-THAILANDESI FRA FORUM ED ARTE

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RELAZIONI ITALO-THAILANDESI FRA FORUM ED ARTE

RELAZIONI ITALO-THAILANDESI FRA FORUM ED ARTE

di Ermanno Visintainer

Nelle suntuose sale di Palazzo Clerici a Milano si è tenuto, venerdì 23 ottobre 2015, il primo meeting del Business Forum Italia-Thailandia, nato su iniziativa dell’Ambasciata italiana a Bangkok e dell’associazione degli industriali thailandesi (Thai Chamber of Commerce).
Il Forum, co-presieduto per parte italiana da Italcementi e per parte thailandese dal gruppo Central, colosso della distribuzione che ha recentemente acquisito La Rinascente, rappresenta uno strumento largamente qualificato e propositivo per stimolare le relazioni bilaterali e rafforzare la collaborazione economico-commerciale[1].
La Thailandia, oltre ad essere un paradiso esotico per vacanzieri e per pensionati, di primo acchito sembrerebbe essere un Paese geograficamente, culturalmente e storicamente agli antipodi rispetto al nostro. Eppure, a dispetto della distanza, per quanto la cosa possa apparire singolare, in fatto di cultura e storia ma – aspetto questo, di cui Vittorio Sgarbi ne farebbe un fiore all’occhiello – soprattutto in fatto di arte, qualcosa da spartire con noi ce l’ha.
A tutti quelli che sono stati a Bangkok o Krung Thep (Città degli Angeli), come la chiamano i thailandesi, sarà certamente capitato di passare dalle parti di Ratchadamnoen Avenue, nello storico quartiere di Banglamphu. È un’arteria centrale della città vecchia, parallela alla chiassosa ed affollata Khaosan Road, che partendo all’incirca dalla collina del Monte d’Oro (Wat Saket), si estende verso la zona dei Palazzi governativi e verso il fiume Chao Praya, dove si trova anche e l’area dei templi maggiori.
Chi si trova là per salire su qualche pullman diretto verso località turistiche e sollevando lo sguardo dal terreno, distaccatisi per un istante da ciò che da quelle parti denominano il mondo samsārico o fenomenico, non potrà evitare di notare quell’inconfondibile tratto plastico-architettonico che caratterizza la prospettiva dei palazzi adiacenti, così simile agli scorci di molte città situate sul suolo italiano.
Nel viale in questione, infatti, lo sguardo non può fare a meno di cadere sullo stile razionalista italiano, voluto da Re Rama V (1853-1910), che fa da cornice al Monumento alla Democrazia, ideato da Corrado Feroci (1892–1962), ivi conosciuto come Silpa Bhirasri, artefice dell’arte moderna thailandese. Costruito per commemorare il passaggio della nazione, nel 1932, da monarchia assoluta a costituzionale.

Come ci scrive Tiziano Terzani, in un vecchio articolo pubblicato sul Corriere della Sera, nel 1992, “e Bangkok celebra Silpa il fiorentino”: Il Paese era sottoposto alla pressione di due imperi coloniali, fra loro rivalissimi: ad oriente quello francese, d’ Indocina, ad occidente quello inglese dell’India e delle sue dipendenze. Per evitare di cadere sotto l’influenza dell’uno o dell’altro, la corte di Bangkok andò a cercare in un Paese europeo neutrale i suoi mercenari missionari di modernità. E così, per ragioni geo politiche, che la scelta cadde sugli italiani. Ne vennero alcune decine; soprattutto architetti ed ingegneri. Molti erano piemontesi. Il re Chulalangkorn era stato due volte ospite a Torino e voleva che in qualche modo la sua capitale, Bangkok, allora una fatiscente città di legno su dei canali, acquistasse un po’ di quella monumentale austerità che lo aveva così tanto colpito nella prima capitale italiana[2].

Peraltro, gli esempi di arte ispirantisi all’Italia non si fermano qui, ma questo esula dal nostro articolo. Come ricorda Terzani, la Thailandia, al tempo schiacciata dall’espansionismo coloniale anglo-francese – analogamente alla Turchia ed al Giappone – fu una delle poche nazioni asiatiche che seppero metabolizzare il loro accesso alla modernità, conservando la propria identità. O, per meglio dire, un Paese in cui il dibattito culturale interno, protrattosi per almeno un secolo prima della realizzazione di quell’opera urbanistica, orientandosi verso movimenti d’avanguardia che, in quel preciso momento storico, avevano un impatto simbolicamente dirompente rispetto a concetti quali avvenire e tradizione, optò intenzionalmente per le forme del razionalismo italiano.
Un movimento questo che cercava una soluzione alla questione del rapporto tra individuo e società moderna, in cui l’opera architettonica doveva essere funzionale, avere cioè un rapporto razionale con le tecniche della produzione industriale e con le esigenze della società moderna.
In Italia il razionalismo convergeva nel futurismo nel tentativo di conciliare la modernità dell’era delle macchine con la tradizione. In sostanza di reinterpretare la tradizione con nuove forme, aderenti alla logica e alla razionalità, senza la vuota ripetizione degli stili del passato e con l’uso di nuovi materiali costruttivi.
E Corrado Feroci incarnava in pieno questa “idea del creare, del fare qualcosa di diverso da quello che è stato fatto tradizionalmente e poi copiato e ricopiato. Per questa forma di “liberazione”, che per la cultura fiorentina di Feroci era assolutamente naturale, il mondo artistico di qui gli è estremamente grato ed ha fatto di Silpa Bhirasri il nume tutelare dell’arte moderna thailandese”, come ci rammenta ancora Terzani[3].
In sintesi estrema, lo scenario storico attraverso cui la Thailandia mutuò questi concetti, trova nei re Rama IV (1804–1868) e Rama V o Re Chulalangkorn (1868-1910) gli antesignani della modernizzazione del Paese. Essi intrapresero la via di un avvicinamento con l’Occidente al fine di preservarne l’indipendenza politica, culturale e spirituale. A tale scopo imposero una modifica nello stile di vita, negli abiti e nell’architettura, favorendo lo studio della lingua inglese e l’acquisizione della tecnologia occidentale[4].
Più recenti sono le figure del feldmaresciallo Phibul Songkhram (Phibunsongkhram, 1887-1964), Primo Ministro della Thailandia dal 1938 al 1944 e dal 1948 al 1957 e quella dell’ideologo Luang Wichit Wathakarn (1898-1962), Ministro della propaganda. Entrambi assertori di un forte sentimento nazionalista (latthi chu chat) permeato di simpatie filo-occidentali e filo-kemaliste, nonché di una riveduta identità thailandese (Ekalak thai), per lo più, di ispirazione giapponese. Emulativa del concetto di wakonyosai, spirito giapponese e tecnologia occidentale[5].
Il primo fu artefice, nel 1939, del cambiamento del nome del Paese, fino allora Siam, in Thailandia o Prathet Thai, letteralmente “Paese degli uomini liberi”[6], significativo in un’era caratterizzata dal colonialismo. Contrassegnò il suo mandato politico attorno ad un forte etnocentrismo.
Phibul Songkhram commissionò al citato scultore italiano, Corrado Feroci, la realizzazione delle opere più importanti.
Analogamente a quanto accadde in Turchia, Phibul cercò di riformare la lingua epurandola da influenze straniere[7]. A tal proposito, ricordiamo che la grafia indicante sia il popolo che la lingua “tai”, priva dell’acca è errata, in quanto si riferisce alla più vasta famiglia tai-kadai o daica, comprendente la lingua laotiana, lo shan di Birmania ed altre lingue del Sud-est asiatico e delle province cinesi di Yunnan, Guangxi, Guizhou e Hunan, piuttosto che alla lingua nazionale del Regno Chakri[8].
Considerando queste premesse, appare evidente che l’architettura razionalista italiana ebbe una funzione ispiratrice in riferimento alla concretizzazione urbanistica di tutti questi impulsi. Verosimilmente, la rivisitazione della tradizione attraverso forme aderenti alla razionalità e alla modernità di cui essa fu latrice, evocarono agli intellettuali del tempo un sentimento anticolonialista. Non a caso Ratchadamnoen Avenue è un’arteria che collega l’area di Wat Phra Kheo e del Palazzo reale al Monumento alla Democrazia realizzato da Feroci. Come dire: un mandala urbanistico di questo processo.
Un aspetto pressoché misconosciuto della storia del Paese asiatico su cui – qui come in altre aree del mondo – dovremmo far leva, visto il volume annuo di fatturato che intratteniamo con lo stesso, di circa 120 miliardi di dollari in vari settori (automotive, retail, aerospazio/linee aree, ‘oil and gas’, infrastrutture, petrolchimico, macchinari, agroalimentare, bancario/assicurativo, cemento, gomma, energie rinnovabili, alberghiero, tessile)[9].
Ermanno Visintainer – Senior fellow http://www.nododigordio.org/author/ermanno-visintainer/

[1] http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/approfondimenti/italia-thailandia-a-milano-va-in.html.

[2] http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/22/Bangkok_celebra_Silpa_fiorentino_co_0_92122215919.shtml.

[3] http://archiviostorico.corriere.it/1992/dicembre/22/Bangkok_celebra_Silpa_fiorentino_co_0_92122215919.shtml.

[4] A. Bausani, Le Letterature del Sud-est asiatico, Milano, 1970, pp. 147-149.

[5] Craig J. Reynolds, National Identity and its defenders, Chiang Mai, 1993.

[6] Sebbene Alessando Bausani non sia d’accordo con tale interpretazione di thai, definendola una coincidenza. A. Bausani, Le Letterature del Sud-est asiatico, Milano, 1970, p. 118.

[7] Craig J. Reynolds, National Identity and its defenders, Chiang Mai, 1993.

[8] William Clifton Dodd, The Tai Race, Elder Brother of the Chinese, 1996, Bangkok.

[9] http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/approfondimenti/italia-thailandia-a-milano-va-in.html.

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