SHO-DO l’arte calligrafica giapponese

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SHO-DO l’arte calligrafica giapponese

Sho-Dō

Un pregevole servizio di Franco Piccirilli collaboratore redazionale del sito www.ilguerriero.it, sullo ShoDō; che tradotto letteralmente potrebbe significare “la via della scrittura”. Certamente saprete che la cultura orientale non è così discriminante come la nostra e considera questa affascinante arte della calligrafia, nel “globale” filosofico, comunemente inteso come “arte di vita”. Questo concetto, degno di attenzione, ma di non facile comprensione, è illustrato, commentato e svelato, nel corso dell’articolo.

Autore: Franco Piccirilli

Gli esperti storiografici sembrano ormai concordi nel dare origine alla calligrafia giapponese verso il 400 a.C. In questo periodo la cultura cinese comincia a penetrare in Giappone, grazie anche al contributo di alcuni monaci giapponesi che sempre più spesso si recavano in Cina per perfezionare la pratica della loro religione. Oltre ad apprendere i principi religiosi, appresero anche l’arte calligrafica, evidentemente anche per poter comprendere e trasmettere meglio gli insegnamenti, ma non solo.

Durante la dinastia Tang tra il 618 e il 907 d.C. fu adottato l’uso della parola Sho-dō. Infatti, fu proprio l’imperatore Tai Zong (626 – 649 d.C.), appartenente a tale dinastia e fervente appassionato di calligrafia, che contribuì in maniera notevole allo sviluppo di quella che era diventata un’arte, ma che in questo periodo divenne anche una vera e propria arte di vita.
Così in Giappone nel periodo heian 794 – 1192 d.C. si erano ormai formati famosi maestri calligrafi. Di questi possiamo ricordare un certo Kukai, monaco buddista, l’imperatore Saga ed esponenti della nobiltà di corte come Tachibana No Hayanari. Vengono sviluppati gli alfabeti sillabici e fondata la prima scuola di Shodo, che diede poi il via alla formazione di molte altre scuole, diffondendo così la l’arte calligrafica nel paese.

In seguito alla fondazione delle scuole di buddismo zen Rinzai e Soto, la filosofia Zen si legò con l’arte calligrafica dello Shodo che forse divenne anche un modo per esprimere concetti zen. La stessa parola Shodo sembra essere di derivazione cinese, forse –shudao-. Si compone di due sillabe:

Sho = scrittura  = ricerca e comprensione della vita

Potremmo quindi dire che alla parola Shodo si possa attribuire il significato di ricerca e la comprensione della vita tramite la pratica della calligrafia.
Da notare che, non a caso, la parola sho è seguita dal suffisso . Infatti, l’arte dello Shodo è espressione di quella filosofia con la quale vengono collegate le arti il cui nome termina con il suffisso do, come ad esempio il ju-do – la via della cedevolezza, il ken-do – la via della spada, il karate-do – la via della mano nuda….

Lo sviluppo della calligrafia è divenuta una vera e propria Arte, e come tale richiede, un lungo periodo di apprendimento, prima di poterne esprimere tutte le qualità. L’arte dello Shodo necessita innanzitutto della padronanza del tratto, l’immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa al pennello e non tollera ritocchi o correzioni. Ogni tratto, ogni carattere è un’espressione della forza dell’artista, forza intesa come manifestazione della sua interiorità, della sua anima.

Per raggiungere questo è necessario dedicarsi con continuità all’esercizio costante della tecnica dei tratti. Infatti, l’esercizio costante è successivo all’apprendimento della tecnica, ad approfondire la conoscenza dei materiali, seguendo una metodologia rigorosa: è comprendere la tecnica per poterne trascendere. Solo a questo punto è possibile scoprire la spontaneità del gesto e quindi arricchire la propria interiorità, in quanto ciò che esprimiamo attraverso il gesto con il pennello sulla carta rappresenta il nostro modo di sentirci in armonia con la natura e quindi… con l’Universo.

In tutto questo, però, cosa è che scriviamo? Possiamo scrivere una parola, una frase, una poesia, una preghiera… certo, anche questo, ma forse non solo. Lo scrivere sembra rappresentare un mezzo per qualcos’altro che potrebbe essere ancora più importante della parola stessa o quantomeno potrebbe essere ciò che forse è lo… ShoDo.
Attraverso lo Shodo trasmettiamo quelle che sono le nostre intime sensazioni che, non potendo essere descritte a parole, sono contenute nella scrittura. Infatti, il modo in cui la parola è scritta che esprime l’intensità e l’energia dell’artista, non tanto la parola stessa. Ecco perché forse il tratto deve risultare in un certo modo, deve scaturire libero e deciso, senza correzioni successive, quindi ciò che è venuto fuori, ciò che è impresso sulla carta sarà… unico e irripetibile.

Sembra quindi poco importante cosa scriviamo, quanto soprattutto il modo in cui lo scriviamo, così che ciò che appare è ciò che l’artista è. Per poter esprimere il proprio stato interiore, come ho descritto sopra, è necessario essere spontanei. Ma può la spontaneità essere contenuta nel pensiero?
Il pensiero stesso per sua natura è comparativo, è giudizio, è condizionato e quindi non può essere spontaneo. Ecco che l’arte dello Shodo potrebbe essere intesa anche come la scoperta della libertà dal pensiero, per poter esprimere ciò che intimamente siamo e che sentiamo di essere.

Essere in uno stato di armonia interiore, per questo ciò che siamo dentro è esattamente quello che appare fuori. Il muovere il pennello con decisione, senza trattenere alcun pensiero, ma per ciò che sentiamo dentro, quindi liberi di essere ciò che siamo, godendo di quello stato fatto di attimi… infiniti.

Quando il pennello si muove sulla carta, non esiste la persona, non esiste il pennello, non esiste la carta, ma tutto diventa uno o forse tutto diventa… niente, diventando consapevolmente parte dell’armonia universale di cui in quel momento stiamo esprimendo la natura, attraverso l’espressione della propria spontanea emozione.

Attraverso lo Shodo possiamo conseguentemente riuscire a trasmettere lo spirito, il senso, l’emozione o cos’altro si desidera sul foglio che si ha davanti, in modo che le parole colpiscano prima gli occhi di chi le osserva, per poi andare più in profondità, toccando quei luoghi nascosti dell’anima. Sì, credo che forse si possa dire che: tra chi ha scritto e chi osserva, si stabilisca una forma di comunicazione, per cui l’artista di Shodo, sta parlando a colui che osserva.

Quello che vediamo nel foglio non è la parola, ma la sensazione che il tratto trasmette, attraverso i nostri occhi, giungendo nel nostro intimo. Così possiamo “sentire” l’armonia del tratto, e una sensazione di piacevole benessere sembra percorrere il nostro corpo, facendoci entrare, forse per un istante, in una dimensione senza tempo; sospesi in un vuoto che può condurci direttamente al nostro essere, liberandoci per un momento da ogni pensiero, divenendo in quell’istante… solo emozione.

Lo Shodo è un’arte antica che si pratica con strumenti tradizionali e tuttavia sempre aperta a qualsiasi possibilità di arricchimento dello spirito e di espressione. Sono i suoi principi che restano immutati, ma da questi scaturiscono poi le forme.

Pare che un grande maestro di calligrafia riferendosi al modo con cui impugnare il pennello abbia detto: “Se intendi scrivere un tratto, una linea, una curva, sia nello stile regolare che nel corsivo devi scrivere con tutta la tua forza“. In altre parole ogni tratto, ogni ideogramma è un’espressione della forza dell’artista, intesa come la sua interiorità, la sua anima.

Una composizione rigida, regolare non si può chiamare calligrafia. La simmetria è abbandonata per realizzare una prospettiva spaziale con più fuochi. Si ricerca l’equilibrio nell’irregolarità e nell’asimmetria. Anche quando i tratti del pennello e i caratteri sono organizzati in posizioni apparentemente sbilanciate, vi è tuttavia uno scheletro stabile che lega ogni elemento e ne costituisce l’armonia.

Un altro grande calligrafo e poeta diceva: “Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio“. I gesti del calligrafo, infatti, si compiono su percorsi circolari, senza soluzione di continuità, immediati e ritmati. Questo non può non farci pensare al costante e ininterrotto fluire della vita… nel suo naturale mutare…

Forse l’arte dello Shodo non è poi così diversa dall’arte marziale, potendone ritrovare gli stessi concetti, come ho avuto modo di leggere proprio sulle pagine di http://www.ilguerriero.it/codino/codino2.htm in un articolo molto interessante sulla calligrafia e Tai ji. In esso vengono accennati solo alcuni di quei profondi principi che nascono dall’intuizione di sentire qualcosa oltre ciò che stiamo vivendo, che toccano l’animo del guerriero, e anche per questo è… il guerriero. Queste letture spesso affascinano molte persone, ma solo poche, certamente le migliori, riescono a comprendere e quindi a metterle in pratica nella vita. Leggere e comprendere potrebbero sembrare la stessa cosa, ma una cosa è leggere, un’altra è… comprendere. Può esserci comprensione senza pratica? Forse dal momento che lo si comprende non lo si pratica, ma lo si vive come vive il… guerriero.

Questi concetti forse non sono altro di quello che naturalmente siamo, ma per poterlo scoprire, è necessario quel percorso interiore che conduce all’essenza del nostro Essere.
Così l’artista marziale non combatte, allo stesso modo dell’artista calligrafico che non scrive, ma entrambi esprimono… ciò che sono…

…emozione pura, il guerriero che è in noi.

Riferimenti e fonti:

http://www.ilguerriero.it/index.htm Il Codino Parlante

http://www.bokushin.org/shodo.html

http://www.viagginrete-it.it/special/dettagli.asp?ID=2166&regione=Emilia Romagna – Italia

http://spazioinwind.libero.it/culturatradizionalegiapponese/shodo.htm

e alcune foto tratte dal film HERO di Zhang Yimou

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