Thailandia!
10 Novembre 2005
Thai e Altai
22 Dicembre 2005

Thai massage al Po-Vei

– Thai massage al Po-Vei –
…un’esperienza personale

Dopo molte ore di volo intercontinentale, finalmente, il comandante dell’aereo, ci comunica di essere in procinto di raggiungere la meta di destinazione del viaggio, e inizia le procedure tecniche di atterraggio.

Una voce impersonale, ci aggiorna sulla situazione locale, prima in inglese e successivamente in una lingua poco familiare quasi a tutti: cielo sereno, temperatura dell’aria al suolo -38°gradi, umidità dell’aria -80%, fuso orario + 6 ore rispetto all’Italia, sono le 8.30 del mattino, ora locale. L’aereo sta per atterrare, siamo quasi arrivati!

– Agganciare le cinture di sicurezza –

Il personale di bordo passa efficiente, nei corridoi, per controllare la corretta posizione degli schienali nei sedili dei passeggeri. Qualche persona dorme ancora, altri si agitano, colti dall’euforia dell’arrivo, certi spazzano le ultime briciole rimaste dal pranzo-cena-colazione.

A bordo degli aerei, durante trasvolate così lunghe, il ciclo sonno-veglia si altera; i pasti si avvicendano con un ritmo differente che sembra compresso, come lo spazio. Non si capisce bene a quale tipologia appartiene, il cibo che servono.

Una anziana signora, dignitosamente e con discrezione, sta pregando.

Alcuni passeggeri, hanno un’espressione annoiata e non fanno una piega, come a dire, con aria di superiorità: -Io ci sono abituato, per me è la routine-. Umanità in scatola!

Il carrello che sostiene le ruote si abbassa, i flap sulle ali modificano la loro posizione per frenare e rallentare così la velocità dell’ aereo, le luci interne si smorzano; gli steward e le hostess, dopo aver controllato che tutto sia bloccato e messo in sicurezza, si sistemano ai loro posti prestabiliti.

La pressurizzazione si modifica e si avverte la pressione nelle orecchie, che cambia, stiamo scendendo di quota e dall’oblò, si inizia ad intravedere, all’orizzonte, con il contorno un po’ vago e indistinto, prodotto dalla calura e dallo smog, l’estensione della megalopoli che ci aspetta. Sfilano sotto i nostri occhi, costeggiando i due lati della pista di atterraggio, verdissimi campi da golf…

– Campi da golf? –

Prati curati, rasati all’inglese, umidi di rugiada mattutina, su cui distinti signori, dai tratti inequivocabilmente asiatici, in perfetta tenuta da golf, stanno, ovviamente, giocando a golf!

Stiamo per atterrare… ancora qualche sobbalzo dell’enorme velivolo, un lieve impatto sul terreno, abbiamo toccato terra, siamo sulla pista dell’aeroporto internazionale di Dong Muang[1].

Si sente salire, dal fondo dell’aereo, uno scontato, discutibile ma spontaneo applauso, rivolto alla perizia dei piloti mentre il tono professionale del comandante ci annuncia di essere atterrati, in perfetto orario, a Bangkok.

– Grazie per aver volato con noi! –

– Prego, non c’è di che –

Sono davvero arrivata a Bangkok? L’aria condizionata nell’aeroplano è spenta, adesso che il velivolo è fermo sulla pista, si inizia a percepire il caldo dei tropici e i passeggeri, tutti insieme, contemporaneamente, radunano il proprio bagaglio a mano, e si predispongono per scendere a terra, transitare oltre le barriere doganali e superare le consuete prassi di sbarco. Le solite pratiche burocratiche a cui ottemperare, prima di iniziare la propria agognata vacanza, in questo mitico paese esotico di nome -Thailandia-

Mi sgranchisco le gambe e mi stiracchio. In effetti, le molte ore passate in posizione seduta, durante il volo intercontinentale, negli spazi non proprio confortevoli della Economy Class, la successione di pasti pre-confezionati, l’aria viziata e deumidificata, la pressurizzazione dell’ambiente ristretto dell’aereo, il Jet Lag di sei fusi orari in più, mi danno la sensazione di essere un po’ “accartocciata”.

Sono in prossimità del portellone dell’aereo, sto per scendere dalla scaletta e improvvisamente sento una fitta lancinante alla schiena, che mi lascia piegata in due e senza fiato: – il paventato “colpo della strega”.

Con la schiena irrigidita e dolorante, e la prospettiva poco felice di una vacanza rovinata, recupero con fatica, dal nastro trasportatore, il mio bagaglio, oltrepasso la dogana, rinuncio al Bus-navetta, mi accomodo, con notevoli difficoltà di movimento, in un tassì, per percorrere i 40 km. che separano l’aeroporto di Dong Muang, dalla città di Bangkok e raggiungere l’albergo.

Durante il tragitto, affascinata da un mondo così diverso dal mio, la mente, lentamente realizza un’associazione di idee: Bangkok – Thailandia – massaggio thailandese! La soluzione dei miei problemi strutturali e non ultimo, le mie vacanze salvaguardate!

Nella hall dell’albergo, dopo la registrazione dei documenti, cerco di esporre, alla responsabile della receptions, il mio problema di mal di schiena.

Io non parlo il thailandese e lei non parla l’italiano, ma entrambe abbiamo una qualche padronanza dell’inglese, così, superando le barriere linguistiche che ci dividono, riusciamo a comunicare.

Prontamente, tutto il personale dell’albergo, presente nella hall, è coinvolto e partecipe nella ricerca di una risoluzione, all’istante, della mia condizione fisico-psichica. Così, dopo una doccia veloce, una bibita rinfrescante, una ghirlanda di benvenuto, composta da fragranti gelsomini, intorno al collo e un’orchidea appuntata tra i capelli, mi ritrovo a viaggiare in un altro tassì, con un foglietto in mano, su cui c’è scritto, ovviamente in lingua thai, quello che presumo sia, l’indirizzo di una rinomata sala di massaggio tradizionale thailandese.

Il tassista si libera, con una scioltezza di guida ammirevole, dai nodi un traffico di veicoli, solo apparentemente caotico; si dirige verso Thon-buri, sull’altra sponda del fiume Chao Phraya, nella zona della città vecchia, situata di fronte a Bangkok, dove poco più di duecento anni fa, si insediarono i thailandesi superstiti, sopravvissuti all’assedio e al rogo di Ayutthaya, l’antica capitale del regno del Siam.

La zona che stiamo percorrendo, su questa sponda del fiume, ha un aspetto più dimesso, gli edifici sono meno lussuosi, le strade sono più strette; dappertutto c’è gente indaffarata, bancarelle di cibo, ristorantini ambulanti, carretti che trasportano una massa di mercanzie assortite, bambini, donne che vendono le caratteristiche, profumate coroncine rituali, fatte di fiori, cani randagi magrissimi e brutti come il peccato, e soprattutto, non ci sono turisti.

Il tassì si ferma davanti ad un edificio scialbo, la porta, piuttosto ordinaria, è in vetri a specchio fumè e sull’insegna si legge:

– “PO-VEI – massage” –

Entro titubante in una penombra profumata di incenso e forse, di zenzero e altre spezie; alla mia sinistra si trova un banchetto rialzato, dietro cui è assisa una donna thai, che ha l’aspetto della maîtresse, è lei infatti la direttrice, e mi accoglie sorridendo.

Non mi sono accorta che il tassista mi ha seguito; è alle mie spalle e sta spiegando, con profusione di particolari, alla signora, che annuisce attenta e concentrata, il mio problema dei dolori alla schiena.

Alla mia destra, quando i miei occhi si sono abituati alla luce fioca, realizzo esserci una pedana a semicerchio, fatta a gradini, dove sono sedute diverse ragazze thai con un cartellino su cui c’è scritto un numero, appuntato sul petto.

Alcune ragazze chiacchierano tra di loro, altre lavorano all’uncinetto, qualcuna sta facendo la manicure, certe altre stanno guardando la televisione, che è collocata su di una mensola fissata al soffitto. Osservando l’espressione assorta e lo sguardo rapito delle ragazze, deduco che si tratta dell’ennesima appassionante puntata, di una telenovela di produzione indiana, ad ambientazione storica, con sottotitoli in giapponese.

O.K., sono a Bangkok in vacanza, ho mal di schiena, e voglio qualcuno che si prenda cura di me!

Il tassista dopo aver confabulato fitto con la signora, mi saluta con il magico gesto a mani giunte del wai-khru e svanisce discretamente, con un sorriso soddisfatto; rinfrancato dal fatto di avermi lasciato in buone mani e di essersi guadagnato, probabilmente, oltre al prezzo della corsa, una percentuale, per aver procurato un cliente.

Ad un cenno del capo della maîtresse, appollaiata dietro il banchetto, si avvicina una ragazza, mi sorride, mi prende per mano gentilmente e dopo avermi fatto cenno di togliere le scarpe, mi accompagna ai piani superiori.

Le scale sono in profumato legno di tek, i rumori della strada non si percepiscono più, intravedo, nella debole illuminazione, diversi ambienti. In una sorta di salotto, con poltrone e chaise longue, alcuni uomini stanno sorseggiando una bibita, suppongo whiskey Mekong allungato con acqua di soda e ghiaccio; stanno leggendo un quotidiano e commentano a bassa voce le notizie del giorno.

Un altro ambiente dall’atmosfera un po’ retrò, ospita il salone del barbiere. Saliamo ancora di un piano, il contatto dei miei piedi nudi sui gradini di tek, mi rimanda una piacevole impressione di freschezza e solidità.

Il brusio di voci sottofondo, si accentua leggermente, sembra un cinguettio sommesso; accompagnato dal ritmico, lento fruscio delle pale dei ventilatori appesi al soffitto, crea una atmosfera accogliente di calda intimità.

Si è sparsa la voce nei piani, che è arrivato un farang, uno straniero, o più esattamente: una donna bianca, con il mal di schiena!

Il tam-tam mi precede, e quando arrivo al livello previsto, mi aspettano diverse giovani donne. Una di loro mi offre degli asciugamani caldi e umidi per ripulirmi dalla polvere della strada, un’altra mi porge, subito dopo un vassoio, con pezzuole di spugna candida, imbibite di acqua fredda aromatizzata, un’anima gentile mi fa accomodare su una poltrona e mi ritrovo in mano un bicchiere di fresca spremuta di aranci. Mi fanno cenno di aspettare un momento e tutto in attorno a me ferve un’attività discreta e riposante.

I locali in cui mi trovo hanno una struttura molto particolare, nonostante la stanchezza e l’indolenzimento, osservo i particolari. L’ambiente è rettangolare e piuttosto lungo, nella zona centrale c’è una serie di stanze, collegate tra loro. Tutti i vani sono contigui e formano una specie di isola centrale, una piattaforma che si affaccia sul corridoio che gira tutto intorno. Non ci sono porte ma pesanti tendaggi, che garantiscono una intimità discreta ma non assoluta; qualche vano è occupato, si sente un parlottio ovattato, e la tenda, non completamente chiusa, lascia filtrare una cornice di morbida luce tutto attorno.

Vengo presa in consegna da un’altra ragazza, che mi accompagna in una delle stanze; noto che il pavimento è sopraelevato di una trentina di centimetri, all’istante arriva una ragazzina piuttosto giovane, con un bacile di acqua calda, il sapone, uno spazzolino di crine e altri asciugamani puliti.

Mi fa sedere sul bordo del gradino, e incurante del mio crescente imbarazzo, a gesti, sempre sorridendo, mi fa capire che devo mettere in ammollo le mie accaldate estremità inferiori e si accinge con impegno a lavarmi i piedi.

Non sono ancora pronta! Difatti poco dopo, un’aiutante mi porge con fare garbato, una specie di pigiamino di cotone, fresco di bucato. Mi cambio e qualcuna delle ragazze si occupa dei miei vestiti.

Entro nella stanza, e giro attorno lo sguardo; ci sono quattro sottili materassini sistemati a due a due, lungo le pareti più corte, per consentire un passaggio libero nel mezzo. Sulle pareti laterali del locale, a circa un metro d’altezza, è fissato un passamano di lucido ottone, più in alto, delle applique, con una rilassante fonte di luce soffusa e sul soffitto l’immancabile ventilatore a pale, che lentamente muove l’afosa aria dei tropici. Finalmente mi distendo, e mi sento già meno anchilosata che all’arrivo, forse il fatto di sentirmi accudita in modo inusuale, ha fatto sì che si sciogliessero le tensioni accumulate durante il lungo viaggio.

Arriva la massaggiatrice, una donnina minuta, avrà una quarantina di chili scarsi. Dopo aver confabulato con lo stuolo di aiutanti, mi fa intendere che devo dispormi in posizione prona, garbatamente, con molto tatto, mi tira un po’ giù i pantaloni e applica, sulla mia sofferente zona lombare, un impacco caldissimo, impregnato con umidi vapori di erbe officinali e aromatiche.

A questo punto, sono in balia degli eventi, vengo letteralmente snocciolata, compressa, allungata, manipolata con tecniche all’apparenza piuttosto rudi ma sottilmente molto raffinate. Ho l’impressione che mi stiano facendo l’inventario di tutte le ossa e i muscoli che compongono il mio corpo, anche di alcuni componenti di cui non presumevo l’esistenza e di cui non avevo la consapevolezza cosciente.

Il contatto delle mani esperte sul mio corpo è rassicurante e molto profondo, le dita della massaggiatrice trovano con abilità le tensioni che stanno cercando e le dissolvono con precisione e destrezza. Il movimento simbiotico di leve, ritmato, tra espansione e contrazione, in sincronia con il ciclo del respiro, diventa quasi ipnotico; mentre la mente è distolta e raggirata, il corpo, riconoscente, ne approfitta per rilassarsi ed eliminare rigidità accumulate quotidianamente, da anni.

La posizione prona non mi consente di guardare attorno, avverto sul corpo un contatto di diversa qualità, una compressione sulla schiena, che si espande, su una superficie più estesa di un palmo di mano. Cerco di intuire cosa mi stanno praticando, ruoto il capo e allungo lo sguardo di lato, incrocio un sorriso e un’espressione divertita della mia massaggiatrice, che mi sta deambulando addosso, sorreggendosi, per garantirsi un buon equilibrio, sul passamano di ottone che corre lungo le pareti. Ecco a cosa serviva il corrimano!

Un tocco delicato invita il mio corpo a cambiare posizione e mi ritrovo distesa a pancia in su, la massaggiatrice ricomincia, con una successione di passaggi e manipolazioni, simile alla precedente. L’esile donnina, che ora so, essere molto potente, inizia nuovamente a massaggiarmi i piedi, per risalire in una progressione di accorte manovre, verso il bacino, il busto, le braccia e la testa, facendo sfoggio una gamma inverosimile di compressioni, stimolazioni, ed estensioni articolari; esimendosi, fortunatamente, dalla passeggiata sull’addome.

Ho perso la cognizione del tempo trascorso, e in parte, dei miei confini corporei. Sto galleggiando pigramente in uno stato alterato di coscienza, la mia mente si scolla dal corpo e si sfilaccia in un’irrealtà ovattata ma non estranea.

Sono distesa sul fianco e qualcuno, dopo avermi afferrato saldamente, per un polso ed una caviglia, sta tendendo il mio corpo verso dietro, facendo fulcro con un piede sulla mia schiena che si inarca; la muscolatura si allunga e avverto una piacevole distensione delle fasce muscolari dell’addome.

Con un repentino e complesso movimento tecnico di leve del corpo, mi ritrovo seduta di fronte alla mia benefattrice, che dopo ulteriori manovre di rifinitura, conclude il trattamento di massaggio thailandese, il leggendario Nuad Böran, con un’espressione di vivo compiacimento, l’ennesimo, enigmatico sorriso e con il delizioso gesto di omaggio del wâi-khru.

Mentre la mia coscienza riemerge, contraccambio istintivamente il suo gesto garbato e con calma ritorno alla realtà; sento che l’avvolgente abbraccio energetico e fisico, il cordone ombelicale, che ci aveva unito, in questa magica danza, si sta lentamente dissolvendo.

Mi alzo e mi rivesto; una sensazione di estrema leggerezza pervade tutte le mie cellule e le fibre del mio corpo, che, colme di gratitudine, per il superbo trattamento ricevuto, sono traboccanti di un’effervescente energia.

Ridiscendo le scale, ancora un po’ stordita dall’esperienza; esco e mi ritrovo sul marciapiede. Sono investita dalla luce abbacinante del sole dei tropici e dagli odori speziati e piccanti, che si propagano da una serie interminabile di bancarelle di venditori itineranti, che propongono appetitose pietanze.

Sono trascorse quasi tre ore, la stanchezza è scomparsa così come è svanito il mal di schiena; avverto un piacevole languorino, mi siedo ad un ristorantino ambulante e ordino a gesti, appetitosi manicaretti mai sperimentati.

Sono a Bangkok e sto bene. Si diano inizio alle vacanze!

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