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Thai-massage fast-food?

Thai-massage fast-food?

NO, grazie!

Che bello, ho due settimane di ferie, vado in Thailandia, giro un po’ e già che ci sono, ne approfitto per farmi un corso di Thai-massage! Divento -operatore per il benessere- e quando ritorno a casa, apro un’attività e ci lavoro!

Quante volte ho sentito questo proposito, espresso in perfetta buona fede, con ingenuità e inconsapevolezza, tanto per non voler dire sconsideratezza…

Lo ammetto, ho incominciato anch’io quasi così, nel 1995; ma personalmente, adesso col senno di poi, a sentire questi intendimenti, mi si accartocciano le dita dei piedi dal raccapriccio! Esagerazioni, forse, del resto lo è anche, il voler disputare un Gran Premio di F1, pilotando una Ferrari, e senza nemmeno essere il fratello piccolo di Schumacher!

Voglio sperare che chi come me, si innamora del massaggio thailandese, il NUAD[1], si renda conto che non sono sufficienti 30 ore di corso pratico, ammannito ai turisti, per assimilare un’Arte dalla tradizione millenaria!

Del resto lo posso capire, anch’io ho iniziato in questo modo, è capitato anche a me d’innamorarmi così del Nuad, anzi prima ancora di apprendere i rudimenti iniziali, solamente per il fatto di averlo ricevuto in più occasioni e da una persona speciale; e fin da allora ne ravvisavo il fascino, era già parte di me.

Questa persona speciale era una donnina minuta, rotondetta, morbida e scura come una pallina di cioccolato, non più giovane, ma con una potenza nelle mani che non ho più dimenticato; e a Mariam voglio dire -GRAZIE- anche se ormai è passato tanto tempo, a questo punto più di vent’anni, e di lei non so più nemmeno dov’è e come sta.

Ricordando i massaggi di Mariam, non definisco forza, quello che mi faceva percepire, poiché non si trattava di questo, non si trattava di energia muscolare, bensì proprio di -potenza-, che Mariam emanava da non so dove: riusciva letteralmente a “snocciolarmi” e “riassemblarmi” con una disarmante facilità, tanto da lasciarmi ogni volta stupita. Sarà stata alta forse un metro e mezzo, non di più (forse dovrei dire bassa?) e aveva delle manine piccole-piccole da “scimmietta”, sempre fresche, anche sotto il sole cocente di Phuket, con le dita corte, un po’ tozze, e non spiccicava una parola d’inglese. Nemmeno io del resto!

E’ risaputo che certi italiani, all’estero, hanno talvolta delle serie difficoltà con le lingue straniere, impedimento cui in genere sopperiscono con una consumata gestualità, comprensibile universalmente!

Mariam sapeva trovare nel mio intero essere anche la più piccola traccia di tensione, di irrigidimento e soprattutto sapeva come sciogliere il blocco. Mi girava e rivoltava come una calza, coscienziosamente, con un ritmo ipnotico e rassicurante ed un’attenzione di cui avevo sempre coscienza. Mi spianava e reimpastava come se stesse facendo la pasta sfoglia, con metodo, forte della sua esperienza capitalizzata in tanti anni di pratica. Faceva assumere al mio corpo posizioni estreme, utilizzando leve sofisticate, che solo dopo molti anni di studio io credo ora di avere appreso e certo, non ancora del tutto.

Talvolta, lo confesso, ho avuto la sensazione che mi percepisse come se fossi una stoffa stropicciata da lisciare, tendere e stirare, affinché nessuna increspatura ne rovinasse l’armonia e la bellezza. Non intendo “bellezza” in senso estetico, assolutamente, non è il mio caso, ma la bellezza di un corpo sciolto e armonico, con mente leggera, in una postura equilibrata e l’anima pacificata. Con la “potenza” delle sue piccole mani scure (mi è rimasto impresso il contrasto cromatico), si prendeva cura di me, una fărăng[2], un’estranea lattiginosa, la tipica turista perennemente a rischio di eritema solare, con dedizione amorevole.

Mariam era di fede musulmana e rispettava coscienziosamente i precetti del suo credo, ma quando mi massaggiava applicava, probabilmente senza rendersi conto, ciò che è stato definito –mettā[3]-, una parola in lingua Pali usata anche nel massaggio thai, per definire la “compassione amorevole” della dottrina del buddhismo Theravada, nonostante che, visto dall’esterno, da un profano, il trattamento potesse sembrare una specie di incontro di lotta greco-romana… in cui era assolutamente scontato chi fosse il trionfatore: lei!

A dire il vero, concludeva il suo sapiente operato, dando il benvenuto al mio ritorno alla realtà, con le braccia conserte e con un sorrisino sospetto negli occhi, tra il furbetto e il soddisfatto.

Quella espressività dello sguardo, in cui affiorava l’anima più che la mimica del volto, in seguito l’ho visto emergere in molte sue colleghe thailandesi, alla fine di una sessione di Nuad; e l’ho riconosciuta in me, da dentro, dopo molti anni di studio e di pratica, alla conclusione di un trattamento ben fatto. Una sorta di appagamento che non è compiacimento bensì completezza e armonia, oserei dire “nutrimento spirituale”.

Negli anni successivi sono ritornata molte volte in Thailandia, e alla fine di ogni viaggio, le cure attente delle sapienti mani di Mariam, mi si riproponevano come la ciliegina sulla torta o un premio meritato.

Prima di ogni rientro in Italia riservavo l’ultima parte del viaggio ad una sosta, sempre troppo breve, a Phuket; rivedevo nuovamente la tettoia di canne di Kai, e la sua famiglia, in costante crescita, la sabbia della spiaggia di Karon, i bufali nella laguna salmastra, i cani più brutti del mondo, l’oceano, le palme da cocco e… Mariam.

Che amorevolmente si prendeva cura di me, che mi insegnava a pelare i manghi, anzi, li acquistava al mercato e li sbucciava per me, in quanto, secondo la sua opinione, noi occidentali non sapevamo capire il giusto grado di maturazione della frutta tropicale; e aveva pienamente ragione.

Mi insegnava a gustare esotiche varietà di frutta talvolta dall’aspetto minaccioso, sconosciute leccornie di cui tuttora non so la natura e non desidero nemmeno saperlo a posteriori! Senza di lei non avrei mai osato gustare strani e inquietanti dolcetti, trasparenti e gelatinosi, forse fatti di riso, dai fluorescenti colori al neon!

E poi mi massaggiava, senza rendersi conto, o forse sì, lo sapeva nel cuore, di coltivare in me il seme di una grande passione per il thai-massage.

Diversi anni dopo, a Bangkok, mi sono avvicinata allo studio di quest’arte, iscrivendomi al corso standard (per turisti) del Wat Po e ho capito che era come annusare una pietanza senza assaggiarla.

Così ho continuato a studiare e a praticare: altre scuole, altri insegnanti, al Nord della Thailandia e altrove; mantenendo il gusto della scoperta e assaporando le piccole rivelazioni, non oso definirle illuminazioni, che mi si sono palesate lungo questo percorso di apprendimento.

Il –mettā– l’elemento fondamentale nella pratica spirituale del Nuad, il massaggio thailandese, in Mariam era naturale, innato e arricchito da tanti anni di pratica: massaggiando sulla spiaggia, teutonici turisti color aragosta lessa, tre volte più grossi di lei così minuta.

Questa piccola grande donna, rifuggendo con tenacia il racket delle “massaggiatrici da spiaggia”, prendendosi cura dei suoi clienti-amici, sempre gli stessi di anno in anno, lavorando su –sarong- stesi sulla sabbia, all’ombra di una frusciante tettoia di palme, davanti ad un mare di turchese, ha fatto nascere in me l’amore per il massaggio thailandese e io di questo, le sono grata.

Considero Mariam come la mia prima e forse la più importante insegnante di Thai massage e la penso con affetto e riconoscenza, per il dono che mi ha fatto e che continuo a coltivare come fosse una specie rara. E forse lo è.

Purtroppo non so più niente di lei: ad un certo punto, un anno non l’ho più rivista; mi dissero che non stava bene, che era ritornata nella sua regione di origine, vicino ad Ayutthaya.

Spero che, ovunque si trovi, sia felice.

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