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Vegetarianismo o sarcofagia?

Vegetarianismo o sarcofagia?

Ermanno Visintainer

Il titolo provocatorio è ispirato a una canzone di Franco Battiato che dice: “sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo”. Dove per sarcofagia si intende il cibarsi di carne, giocando sull’allusione fonetico-semantica ai freddi sarcofagi, la cui pietra “divora” le salme in essa contenute. Similmente a chi si ciba di carne, che, a giudizio dei vegetariani, si nutre di cadaveri.
E recentemente, a Trento, un gruppo di vegani fitofagi, dopo essersi probabilmente arrovellati il gulliver per sapere cosa fare della serata – come direbbe il vecchio e buon Alex de Large – fattisi robusti con “rinfreschi” non certo di latte +, ma a base di succhi di carota e di rapa che, massicciamente impiegati nella cucina polacca sembrano possedere un effetto altrettanto psicotropico, hanno perpetrato un raid notturno vandalico ai danni di salumerie e di pelliccerie del centro.
Un gesto che, se non fosse per l’adesione del maestro, a quest’eletta schiera, mi verrebbe da commentare con le parole di un’altra sua vecchia canzone che recitano: “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore”. Perché di orrore si tratta. Orrore innanzitutto, per la portata simbolica di tale gesto che, amplificata dal contesto apocalittico in cui viviamo, sembra auspicarci un futuro di rinunce alimentari oltre agli standard di vita che, come una spada di Damocle, ci attendono sulla soglia.
Un orrore, inoltre, più inquietante poiché il gesto non è tanto inteso alla stregua di una replica all’ostentazione della – ormai transeunte – ricchezza, che versificava Guccini:

Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli… e salami in vetrina,
che sa che l’odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura.

Quanto piuttosto, come il rigurgito di un fanatismo ortoressico. Ovverosia di un oltranzismo alimentare, strisciante nel sottobosco delle medicine alternative e new age, protagonista pluridecennale di un proselitismo capillare presso le frange plagiabili della popolazione. Un movimento dogmatico il quale, ritenendo di detenere la conoscenza della “retta alimentazione”, vorrebbe imporre la vera “fede alimentare” alle masse attraverso azioni di stampo qaidista.
Un mondo di vegetariani, macrobiotici (la versione nippo-americana), vegani, crudisti, oppure sbizzarrendoci ancora di più, di italici emaciati naturoigienisti, trofologi, etc.[1] , tutte definizioni che, nell’epoca del “Regno della quantità e il segno dei tempi” – per dirla con René Guénon – in cui la veridicità di un’asserzione è subordinata alla quantità degli allocutori, stigmatizzano, ormai anche in televisione, coloro che non hanno un orientamento alimentare corretto o più esattamente non political correct. Un po’ sulla falsariga dell’orientamento sessuale.
Peraltro questi attivisti, che, ipocrisia a parte, si pongono in antagonismo rispetto alla – ben lungi dal sostenere – medicina allopatica, non tradiscono la loro intrinseca vocazione emulativa nei confronti della stessa. In parte perché la vorrebbero rimpiazzare istituzionalmente onde garantirsene i proventi. Ma in un senso più profondo in quanto non dissimulano la loro autentica essenza, costituita, da quel dualismo di fondo, che definiremmo, uno struggente anelito a voler ripristinare, tramite questa pratica catartico-espiatoria, lo stato edenico di perduta originaria purezza.
In realtà il fenomeno è molto complesso, designa tra l’altro, una sorta di moda in voga qui in Europa, da qualche secolo a questa parte, che fra i vari pionieri annovera: Siegmund Hahn e Wincent Priessnitz, il sacerdote naturista Sebastian Kneipp, nonché Luis Khune e Arnold Rikle, quest’ultimo profeta dell’elioterapia ovvero del nudismo vegetarianista[2] .
In America Latina è sempre un religioso che spicca in queste discipline: padre Taddeo di Wiesent, accanto al quale si situa l’armeno Manuel Lezaeta Acharan.
Senza dimenticare il filosofo visionario Rudolf Steiner e la sua antroposofia, sebbene si debba precisare che questi si situa su di un piano superiore rispetto all’organicismo evoluzionista profetizzato dai primi.
Fra gli epigoni italiani di certo Luigi Costacurta, del quale rimangono le scuole, ha occupato una posizione di prim’ordine.
La fonte cui tutti, ovviamente, si ispirano è niente di meno che il padre della medicina occidentale: Ippocrate. Come se si potesse stabilire una continuità fra quest’ultimo ed tali sedicenti moderni accoliti.
Sul versante orientale, George Osawa e Michio Kushi. Un mero dato anagrafico, essendo, la loro risonanza, stata maggiore in occidente e America che nella loro terra natia.
Nella consapevolezza della complessità dell’argomento in questione e lungi dal proferire una condanna categorica nei confronti di tali pratiche, alcuni spunti di riflessione possono rinvigorire il dibattito pubblico sul tema, non scevro di una certa faziosità.
Prescindendo dagli aspetti salutistici, tracimanti comunque di organicismo evoluzionista, ci soffermeremo sulle ragioni etico-filosofiche che sovente avallano questo tipo di scelta, legate agli ideali della non-violenza, spesso associata all’ahimsa ghandiana, del pacifismo e dell’animalismo.
Per quanto riguarda la prima voce, ad esempio, secondo recenti studi pare che una delle icone di questo tipo di motivazioni, il Mahatma Ghandi, non fosse esente da atteggiamenti stridenti con tali premesse, essendo stato accusato di razzismo[3]. Riguardo al pacifismo poi è noto che, per quanto si cerchi di dissimularlo, anche Adolf Hitler fu vegetariano. Tutto si può dire di Hitler, al di fuori che fosse pacifista. Le giustificazioni sul fatto che fosse vegetariano per necessità sono francamente ridicole.
Il terzo punto, l’animalismo, è filosoficamente quello che permette una maggior comprensione della genesi del fenomeno.
Il simbolismo associato all’animale è trasversale, spaziando dall’etica alla religione.
Secondo i vegetariani i miti inerenti all’età dell’oro riferiscono di un’epoca in cui il genere umano era vegetariano. Tuttavia, lungi dall’essere sofisti, tali miti lo riferiscono nella misura in cui lo smentiscono.
Infatti, presso i latini esisteva un’antitesi dialettica che divideva l’otium dal negotium, da cui il secondo etimologicamente scaturisce come negazione del primo. Tale espressione altro non è che una rivisitazione dell’accostamento ossimorico di matrice greca fra σχολ – scholè ed ασχολα – ascholìa che designava la predilezione da parte delle civiltà del passato ed extraeuropee, in senso lato, per la vita privata e contemplativa rispetto agli oneri di quella pubblica.
L’otium è inerente alla dimensione arcadica, bucolica, alla vita tranquilla ed esente da ogni tipo di impegno. I giorni beati, gli otia dia descritti da Virgilio nelle Georgiche, sono connessi a Saturno, simbolo dell’età aurea e alle divinità agro-pastorali. In seguito il Lazio conosce un lavoro forzato e tirannico, denominato negotium, legato invece allo sviluppo dei bisogni e dei mestieri agricoli, successivi alla civiltà pastorale.
Ma proprio la parola latina otium possiede una connotazione etimologica che la rende particolarmente significativa al fine di comprendere le relazioni fra vegetarianismo e sarcofagia. Lo studioso Eduard Schwyzer, in un articolo pubblicato nel 1927, sostiene che la voce otium derivi da *oui-tium ovvero, da ovis, “pecora” per divenire poi *ou (i)-tium e quindi *ou-tium[4] . La pecora, quindi come il cibo dell’età aurea.
D’altra parte il termine italiano “pecora” deriva dalla voce latina pecus, ossia l’armento per antonomasia, legato al termine pecunia ovvero il denaro. “Pecunia” è anche un teonimo, o nome di divinità, tant’è che esso si riferisce alla dea della ricchezza e dell’abbondanza. Aspetto quest’ultimo che l’accosta alla divinità altaica Bay Ülgän che letteralmente significa “dispensatore o elargitore di ricchezza”[5] .
Essendo, inoltre, accostabile al grafema runico fehu così come al suo simbolismo magico-religioso, possiede altresì una valenza alchemica che si riferisce all’oro occulto e spirituale[6] .
A ben vedere, questo mito affonda le sue radici anche nella narrazione biblica e precisamente nell’episodio riguardante l’assassinio di Abele da parte di Caino, le cui implicazioni riguardano la civiltà occidentale che ne è da essa scaturita.
Il racconto in questione, narra del contrasto fra due fratelli, dei quali il primo Caino rappresenta il prototipo dell’agricoltore, mentre il secondo Abele quello dell’allevatore. Da un punto di vista evemeristico del contrasto fra nomadismo ed agricoltura, che riflette quello fra vegetarianismo e sarcofagia appunto. Conseguentemente, prescindendo dai tabù religiosi, fra civiltà caratterizzate dall’ovinocoltura o dalla suinocoltura.
La Bibbia, poi, aggiunge un ulteriore dato, secondo cui Caino, dopo il fratricidio, “si mise a edificare una città” divenendo pertanto l’antesignano, oltre che dell’agricoltura, dell’urbanizzazione che in seguito si evolse fino alla sue estreme conseguenze, quali la rivoluzione industriale ed i sui corollari come l’alienazione del lavoro, il materialismo storico e l’altra faccia della medaglia, rappresentata dalla civiltà dei consumi sviluppatasi nell’epoca attuale. In buona sostanza, una visione del mondo avversata dagli stessi vegetariani. Un epilogo paradossale di ciò che essi idealizzano: l’agricoltura, magari biodinamica.
In realtà però la contrapposizione fra ovinocoltura e suinocoltura che scaturisce da quella fra allevamento e agricoltura, integra un valore aggiunto alla definizione di sarcofagia. Infatti, così come l’ovino è l’alimento dell’età aurea, il maiale è quello dell’età oscura.
Peraltro il maiale, contrariamente a quanto si possa ritenere, viene ad essere identificato con connotazioni infere e femminee, oltre che in ambiti camito-semitici anche in ambiti tradizionali europei ed orientali. A partire dall’iconografia egizia, in cui Iside siede su un maiale in posizione di anasyrma, ovvero ostentando le pudendadivaricatis cruribus (con gambe divaricate)[7] .
Nelle saghe celtiche, nei Racconti gallesi del Mabinogion, si dice che esso non nacque sulla Terra bensì fu un dono agli umani da parte dell’Aldilà[8] .
Nell’iconografia cattolica, invece, Sant’Antonio abate è rappresentato sempre assieme ad un maiale, che raffigura le tentazioni del demonio sconfitte dal santo e le ricchezze della vita contadina. Tant’è che Cristo rappresenta l’Agnus Dei qui tollis peccata mundi e non il sus, cioè l’agnello di Dio e non il porcello.
Del resto sia nella anche medicina tibetana quanto in quella cinese la carne di maiale, contrariamente a chi afferma che il maiale nei paesi caldi non si mangi solo per questioni igienico-organicistiche, è considerata fredda e leggera. Rispettivamente associata all’umore flemmatico e all’elemento acqua, pertanto dieteticamente assolvente la medesima azione rinfrescante delle verdure nella cura delle infezioni[9] .
Il maiale, contrariamente all’ovino, cibo aureo per antonomasia, essendo un animale refrattario alla transumanza e conseguentemente al nomadismo, diviene altresì emblema del Kali Yuga o dell’epoca oscura, dissolutiva, l’epocadella mescolanza zoroastriana o Gumecišn.
Non a caso nel rituale tantrico segreto del pancatattva, o dei «cinque elementi», un rituale particolarmente trasgressivo, fra le cinque sostanze da usare vi è la carne di maiale:

  1. Maithuna   unione con la donna, corrispondente all’etere;
  2. Madya        impiego del vino o analoga bevanda inebriante, aria;
  3. Mamsa       carne, possibilmente di maiale, essendo la più trasgressiva, qui il fuoco;
  4. Matsya       pesce, acqua;
  5. Mudrâ        cereali, terra.

Poiché i nomi di tutte e cinque le sostanze cominciano con la lettera m, il rituale segreto tantrico è stato anche chiamato «delle cinque m» o pancamakâra.

Nel Valhalla, il paradiso teutonico degli eroi caduti in battaglia, il cibo loro offerto da Odino prima dello scontro finale di Ragnarökkr è cinghiale. E questo per dire che i paradisi perduti, o comunque, esistenti in illo tempore non sono frequentati esclusivamente da vegetariani. Motivi, questi ultimi che conferiscono una certa sacralità al maiale.
Del resto l’ambito semantico appartenente alla parola latina sacer di probabile origine etrusca ed accostabile alla voce araba halal che designa le cose lecite, è anfibologica e possiede i due significati antitetici di sacro e di esecrabile, donde l’era del Cinghiale Bianco cantata sempre da Battiato.
Un’ulteriore considerazione riguarda il fatto che, se da un punto di vista simbolico, il maiale è un prodotto della vita contadina, lo si può, in un certo senso,assimilare al vegetale, come peraltro – abbiamo visto –  sostiene la medicina umorale tibetana.
Di qui l’assurdità dell’assalto, da parte dei drughi vegani di Trento, proprio a una salumeria.
L’estrema motivazione addotta dai vegetariani è di voler attenuare, attraverso l’astensione dalla dieta carnea, le sofferenze degli animali. Un atteggiamento nobile ma edulcorato, tipico della décadence moderna, come commenterebbe Nietzsche. Oltretutto – e qui forse nemmeno il maestro Battiato potrebbe darci torto – presuntuoso, poiché ciò postulerebbe il fatto di trovarsi al vertice della catena del reciproco nutrimento.
In altre parole, che gli piaccia o no, anche l’uomo soggiace alla dura legge della vita: mangiare o essere mangiati, in senso metaforico e oltre. Volersene svincolare è semplicemente illusorio.

[1] Per chi non si accontentasse di questi ricorderemo alcuni neologismi davvero bizzarri, una vera e propria sorta di terminologia medica parallela, come: trofoterapia, prandiologia, trofogastronomia, ma ve ne sono innumerevoli altri consultando la celebre trilogia di L. Costacurta: L’Iridologia, La Nuova Dietetica e Vivi con gli Agenti Naturali, Padova, 1988.

[2] Un motivo, quest’ultimo, d’ispirazione biblica è riconducibile al mito edenico della nudità, descritto nella Bibbia e preconizzato da Rilke così come da alcune organizzazioni di matrice protestante.

[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/04/gandhi-bisessuale-e-razzista/102058/.

[4] L’asterisco indica che le parole sono ricostruzioni operate dai grammatici e non si trovano attestate da nessuna parte. E. Schwyzer, Etymologisch-Kulturgeschichtliches, “Indogermaniche Forschungen”, 45, 1927, pp. 252-266, p. 26, in http://www.streifzuege.org/2005/otium-e-negotium

[5] Abdülkadir Inan, Tarihte ve bugün Samanizm, Ankara, 1995, Bahaeddin Ögel in Türk Mitolojisi, Ankara 1993, pp. 420-431 e Lo Sciamanismo e le tecniche dell’estasi, Roma 1983 di M.Eliade.

[6] Mario Polia, Le Rune e i simboli, Padova 1983, pg. 37.

[7] Erich Neumann, La Grande Madre, Roma 1981, pg.143.

[8] G.Agrati e M.L. Magni, I Racconti gallesi del Mabinogion, Milano 1989.

[9] YeshiDonden, La Salute e l’Equilibrio, Roma, 1988, pg.136 e Ilza Veith, Nei Ching, Canone di Medicina interna dell’Imperatore Giallo, Roma 1976, pg. 76.

Dott. Ermanno Visintainer Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Turcologo, ha seguito corsi d’approfondimento in loco, di varie lingue, fra cui mongolo e cinese. Collaboratore scientifico di lingua e letteratura ciagataica per riviste specializzate nazionali. Ha avuto recensioni all’estero. È stato membro co-fondatore del Centro Studi Vox PopuliAsokananda’s Authorized Teacher senior, per diletto pratica e insegna il Nûad Börarn sia in Italia (Trento) che all’estero. erenvis@yahoo.it

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